Genova G8, 25 anni dopo la Diaz: fiaccolata per 'Verità e Giustizia'
Auf einen Blick
- A 25 anni dall'irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, una fiaccolata ha ricordato la "macelleria messicana" e la repressione.
- Reduci, cittadini e istituzioni chiedono "Verità e Giustizia", mentre si annuncia una targa commemorativa e si riflette sull'attualità della violenza di stato.
KI-generierte Zusammenfassung
Warum es wichtig ist
A 25 anni dall'irruzione delle forze dell'ordine alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, l'evento è ricordato come un simbolo di repressione e sospensione dei diritti, con gravi violenze sui manifestanti.
Bisogna aspettare che cali il buio, per rischiarare la memoria della notte più cupa della nostra storia democratica recente. A 25 anni esatti dall’irruzione delle forze dell’ordine alla Diaz, la scuola diventata simbolo della repressione del G8 di Genova, di quel movimento soffocato nel sangue e di quella sospensione dei diritti che per tre giorni fece dell’Italia un Sudamerica, la commemorazione di quello che è stato passa da un lungo serpentone di fiaccole accese dietro allo striscione “Verità e Giustizia per Genova”.
In mille camminano nelle stesse strade che allora percorsero a velocità folle le camionette e gli agenti delle squadre mobili protagonisti della “macelleria messicana”, la mattanza sui manifestanti che dormivano nella scuola, e il loro passo lento vale una riconquista.
A mettersi in fila sono i reduci di quelle botte e tanti cittadini comuni, i rappresentanti delle istituzioni e giovani militanti, ci sono i testimoni di allora e anche tanti residenti del quartiere. I primi che la sera del 21 di 25 anni fa, - c’è chi racconta in cammino verso la scuola - capirono «cosa stava succedendo davvero, e ci avrebbe cambiato per sempre».
Ci sono poi i figli loro malgrado di quel luglio come Elena Giuliani, la sorella di Carlo, che in questi giorni ha chiesto «un nuovo processo pubblico su quello che è stato il G8 di Genova, perché anche i fatti di questi giorni ci dicono serve ancora». Ci sono alcuni degli avvocati che per anni lavorarono in prima fila per ottenere una verità su quei fatti, ci sono giornalisti e operatori che videro da vicino ogni passo di quel vertice come Giuliano Ravera e attivisti impegnati oggi come allora, come Antonio Bruno.
Nel buio rischiarato dalle fiaccole, nella camminata che idealmente chiude l’anniversario dei fatti di quel luglio, si rintrecciano però vicende passate e mai dimenticate con nuove storie. Pesa la memoria di tutto il sangue versato e di vite intere segnate per sempre, certo. Come quella di Lena Zühlke, attivista tedesca umiliata come una preda di guerra che uscì dalla scuola Diaz in una maschera di sangue con varie costole rotte, un pneumotorace, una commozione cerebrale e un trauma psicologico che «difficilmente passerà fino in fondo, anche se ora sono felice», ammette al fianco di altri sopravvissuti della palestra della Diaz, davanti allo striscione “Don’t clean up this blood”.
Come Lorenzo Guadagnucci, il giornalista del Resto del Carlino che quasi ogni anno torna nella palestra dove fu picchiato e trattenuto in stato d'arresto.
O ancora, come Mark Covell, che oggi vive a Londra ma porta ancora i segni delle botte che lo ridussero in coma per ore, eppure considera «Genova una casa».In via Nizza, dopo l’appuntamento in piazza Tommaseo, prende la testa del corteo fiaccola in mano. «Alla Diaz mi presero a calci come un pallone da football, sono quasi morto, - racconta - ma i poliziotti che mi hanno pestato e si sono inventati prove false per incriminare i ragazzi che dormivano nei sacco a peli sono stati promossi e premiati: la chiamate giustizia, questa?».
Ma quando il corteo silenzioso arriva sul piazzale della scuola, lì dove «gli agenti della mobile di Roma iniziarono a scavalcare ancora prima che il blindato sfondasse il cancello, tanta era la voglia di spaccare tutto che avevano» - è il ricordo di Laura Tartarini, allora legale del Genoa Social Forum – le loro testimonianze si intrecciano con nuove promesse.
Come quella della sindaca Silvia Salis, che fiaccola in mano dice “mai più” e ancora una volta invita a «ricordare le manifestazioni di 25 anni fa non solo per la violenza della repressione e degli scontri ma anche per tutte le idee che portavano con loro, ideali, proposte, consapevolezza».
Oppure quella di Lorenzo Cavanna, preside del liceo Pertini, oggi ospitato nella sede dell’antica Diaz, che annuncia per il prossimo anno scolastico la posa di una targa in ricordo di quella notte nel cortile della scuola: «Sarà posata in un’aiuola davanti all’entrata della palestra, - anticipa a Repubblica - insieme all’albero donato all’istituto da Kaki Tree Project, che nel nome della pace sparge per il mondo alberi nati dai semi sopravvissuti alla bomba atomica di Nagasaky del 1945, e decideranno gli studenti cosa scriverci».
O ancora i tanti che non possono fare a meno di ricordare l’atroce coincidenza di questo anniversario, che pur a distanza ha fatto da sfondo alla morte di Fakir, il 42enne ucciso al Pilastro a Bologna durante un intervento di polizia. «La prova che una vera lezione dal luglio del 2001, questo Paese, non l’ha ancora imparata: lo Stato dimostra di poter ancora reprimere, uccidere, tradire».
“Mai più”, si diceva allora e si chiede oggi, sullo sfondo le finestre illuminate della scuola esattamente come nella notte di 25 anni fa, in fila dietro a uno striscione che chiede verità e giustizia. Persino così tanti anni dopo, del resto, i fatti di Genova ne meritano ancora.
Worauf zu achten ist
KI-Ausblick — Möglichkeiten, keine Fakten
Posa di una targa commemorativa nel cortile del liceo Pertini (ex Diaz).
Sehr wahrscheinlich · Innerhalb von Monaten
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- Cosa decideranno gli studenti di scrivere sulla targa commemorativa?
- Verrà avviato un nuovo processo pubblico sul G8 di Genova?







