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Bernardo Provenzano, l'ultimo vero capo di Cosa Nostra
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Bernardo Provenzano, l'ultimo vero capo di Cosa Nostra

En resumen

  • Bernardo Provenzano, arrestato l'11 aprile 2006, è stato l'ultimo vero capo di Cosa Nostra.
  • La sua cattura ha segnato la fine di un'epoca e ha dato il via a indagini che hanno portato a centinaia di arresti.

Resumen generado por IA

Por qué importa

Bernardo Provenzano è stato uno dei capomafia più temibili di Cosa Nostra, succeduto a Totò Riina. Il suo arresto nel 2006 ha segnato la fine di un'era per l'organizzazione criminale.

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Chi era

Provenzano fu uno dei capomafia più temibili. Si impose nelle file della cosca di Corleone e crebbe con l'amico d'infanzia Totò Riina all'ombra di Luciano Liggio, secondo il quale sparava "come un Dio" ma aveva un "cervello di gallina". Di qui la sua vocazione per le operazioni più sanguinose. Restò al fianco di Riina e nella stagione delle stragi lo affiancò fino a sostituirlo, dopo l'arresto che avvenne nel 1993. Si diceva, a quei tempi, che "Riina e Provenzano sono la stessa cosa". Ma il governo mafioso che rappresentarono fu molto diverso: irruento e sbrigativo Riina, accorto e riflessivo Provenzano. Fu considerato anche l'ultimo vero capo di Cosa Nostra. Per questo, il suo arresto, segnò un'epoca.

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L'arresto

Marzia Sabella, la magistrata che lavorava nel pool che coordinava le indagini sulla cattura del padrino di Corleone, ricorda il momento in cui 40 anni di indagini si sono finalmente risolte. Era l'11 aprile del 2006 quando Bernardo Provenzano fu arrestato. "Fu un momento davvero storico - ha detto all'Ansa - e proprio in virtù del tempo passato posso dire che nessun capomafia è riuscito a prendere il posto di Provenzano. Neppure Messina Denaro, certamente un boss di prima grandezza, ma la cui 'area di influenza' era limitata al Trapanese".

Il nascondiglio

Nel nascondiglio della campagna corleonese, Sabella e il collega Michele Prestipino trovarono "una quantità incredibile di pizzini". "Lui conservava tutto - hanno raccontato - abitudine che Messina Denaro non aveva e anzi criticava aspramente. Provenzano aveva bisogno di conservare gli appunti per sua memoria e come prove. Noi lo arrestammo mentre era saldamente al comando". Anche per Sabella le differenze con Totò Riina erano visibili: rispetto al "capo dei capi" era considerato un secondo, uno che svolgeva le mansioni che gli venivano ordinate. "Ma dopo la cattura di Riina al vertice c'era lui - ha spiegato Sabella - E proprio grazie all'enorme mole di materiale scoperto posso dire che l'11 aprile del 2006 non fu solo il giorno in cui finirono i 43 anni di latitanza di Provenzano, ma l'inizio di una serie di indagini che portarono a centinaia di arresti e a colpire Cosa nostra al cuore".

L'indagine

L'indagine, durata oltre 4 decenni, fu "vecchio stampo", ha spiegato Sabella. Era "fatta di pedinamenti, osservazioni, qualche colpo di genio e nessun aiuto da parte della tecnologia. Non avevamo neppure collaboratori di giustizia". "Quando lo vidi ebbi la sensazione di trovarmi davanti un vecchietto innocuo - ha raccontato all'Ansa la pm - Aveva un'aria dimessa. Poi se ti soffermavi sul suo sguardo ritrovavi l'immagine che di lui avevi costruito dentro di te in anni di indagini".

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Preguntas abiertas

  • Quali altre operazioni sanguinose ha pianificato Provenzano?
  • Quali sono state le conseguenze a lungo termine delle indagini post-arresto?

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This article was originally published by Sky TG24.

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