Calcio, la sfida tra sostenibilità e campionati aperti: la Champions League cambia le regole
En resumen
La nuova Champions League a 36 squadre dal 2024/25 garantisce ricavi enormi, creando una sfida economica per i club europei nel conciliare sostenibilità finanziaria e modello dei campionati aperti con promozioni e retrocessioni.
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Por qué importa
La nuova formula della Champions League dal 2024/25 con 36 squadre promette ricavi enormi, ponendo una sfida economica ai club europei nel bilanciare sostenibilità finanziaria e il modello dei campionati aperti.
Conciliare sostenibilità finanziaria e modello dei campionati aperti, fatto di promozioni, retrocessioni e qualificazione alle coppe europee. È la sfida economica del calcio, soprattutto da quando la nuova formula della Champions League a 36 squadre, varata nella stagione 2024/25, ha cominciato a garantire ricavi enormi a chi riesce a partecipare a torneo. Una rivoluzione con cui i club stanno imparando a fare i conti, dopo due anni di rodaggio.
Sport&Finanza: l’evento, programma e protagonisti
Tramontata l’idea di creare una “Superlega” chiusa, sul modello di quelle statunitensi, il mondo del pallone europeo cambia pelle, nel tentativo di adeguarsi a una dinamica che Raffaele Zingone, condirettore generale di Banca Ifis, riassume così: «Le performance sportive condizionano gli aspetti economico-finanziari. Il risultato di una stagione determina la capacità finanziaria di quella successiva e, per i grandi club, la qualificazione alla Champions League è decisiva». Una variabilità che complica la valutazione del rischio per gli istituti di credito, chiamati a finanziare operazioni da decine o centinaia di milioni di euro. E che rende complesso, per le società sportive, stilare budget attendibili: nessun manager, a inizio stagione, può dare per scontata la qualificazione alle coppe europee. «Per accompagnare questa evoluzione abbiamo avviato una divisione dedicata, Ifis Sport, con professionisti che hanno una conoscenza approfondita dell’ecosistema sportivo», dice Zingone.
IL DOSSIER
Scaroni e il valore della Champions
A quantificare l’impatto della Champions sui conti dei club è Paolo Scaroni, presidente del Milan, che nella scorsa stagione ha mancato la qualificazione alla massima competizione europea. Negli ultimi tre anni, però, il club ha sempre chiuso i conti in attivo, con ricavi cresciuti, durante la sua presidenza, dai 241 milioni del 2018 ai 495 milioni del 2025. «Per un club come il Milan, la Champions significa ricavi aggiuntivi compresi tra 70 e 130 milioni di euro: può valere circa un quarto del fatturato».
Un livello di incertezza che, osserva Scaroni, «non esiste nelle aziende tradizionali», al punto che «gestire un club è come scalare due montagne contemporaneamente: quella dei risultati sportivi e quella dei risultati finanziari. Se perdi il passo su una, lo perdi anche sull’altra». Oltre ai piazzamenti in campionato e al percorso nei tornei, a determinare il conto economico delle società calcistiche sono sempre più gli sponsor, la vendita di licenze, la biglietteria e le entrate da match day. Anche perché i diritti televisivi, assegnati con bandi pluriennali e quindi più prevedibili, nel caso della Serie A non crescono. E i club hanno dovuto reagire. Il Milan ha portato i propri ricavi commerciali a 152 milioni, dieci più dell’Inter. La Juventus è a quota 115 milioni. A livello europeo, il settore commerciale pesa ormai per il 43% sui ricavi delle società. Un modello profondamente cambiato rispetto all’epoca delle grandi proprietà personali. «Non siamo più nel mondo di Berlusconi e Moratti. Oggi certi aumenti di capitale sarebbero impossibili», dice Scaroni.
Il fair play finanziario
A consegnare per sempre alla storia l’epoca delle spese pazze per acquistare i campioni è stata l’introduzione, nel 2008, del Financial Fair Play, sistema di regole cui devono sottostare i club iscritti alle coppe europee. Oggi i paletti della Uefa, rivisti dopo il Covid, non riguardano solo l’acquisto dei cartellini dei calciatori, ma anche l’incidenza del costo del personale sulla spesa totale. «I club che partecipano alle coppe europee non possono spendere per i giocatori più del 70% dei propri ricavi. Non è un salary cap, sul modello americano, ma ci somiglia. Chi sfora paga una luxury tax», dice Andrea Traverso, direttore della Financial Sustainability della Uefa. Chi sgarra paga. È successo due settimane fa a dieci club europei, fra cui Juventus e Fiorentina, multati per milioni di euro. A complicare il quadro è il fatto che i vincoli finanziari della Uefa riguardano solo i club iscritti ai tornei continentali. Per gli esclusi, ogni federazione segue regole proprie, con differenze significativa fra una lega e l’altra. La Premier League, i cui venti club fatturano insieme 7,5 miliardi l’anno contro i 2,9 della Serie A, ha regole morbide. «In Inghilterra, il tetto posto dalla federazione nazionale nel rapporto fra costo della rosa dei calciatori e spesa totale è dell’85 per cento, per dare un vantaggio competitivo a chi è escluso dalle competizioni europee. Ma non è sostenibile, automaticamente si va in perdita», spiega Traverso.
Le complessità della gestione economico-finanziaria del calcio non esistono nelle leghe americane, in cui le squadre iscritte sono sempre le stesse, non esistono retrocessioni e la programmazione economica è quindi più semplice. Vale per l’Mlb nel baseball, l’Nhl per l’hockey, l’Nfl per il football americano e l’Nba per il basket, che si prepara a sbarcare in Europa.
La distanza dagli Usa
Per Dino Ruta, professore di Sport and Events Business della Sda Bocconi e direttore del Master Fifa, «oggi il sistema europeo e quello americano si somigliano poco: la Uefa raduna 55 federazioni nazionali, con oltre mille club solo nei campionati di vertice, mentre per ciascuno degli sport americani le franchigie professionistiche sono al massimo una trentina. Negli Usa non esiste la possibilità di comprare e vendere i giocatori, e il costo del personale è la metà della spesa complessiva. L’arrivo della Nba in Europa potrebbe portare ibridazioni dal punto di vista della governance e della gestione economico-finanziaria, pur nel rispetto delle diverse culture, sportive e manageriali».
Intanto, la presenza di fondi americani come proprietari dei grandi club italiani ha portato una nuova attenzione agli investimenti nelle strutture sportive e, in particolare, negli stadi. «La nuova arena di San Siro, realizzata insieme da Milan e Inter, sarà la più bella d’Europa. RedBird, fondo proprietario del nostro club, ha esperienza in questo settore, non è solo un investitore finanziario», dice Scaroni.
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Preguntas abiertas
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