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Francesca Fabbri Fellini: "Il liscio è allegria e malinconia, come la Romagna"
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Sky TG241/7/2026Cultura6 min de lecturaItaly

Francesca Fabbri Fellini: "Il liscio è allegria e malinconia, come la Romagna"

En resumen

  • Francesca Fabbri Fellini, nipote del celebre regista, parla della sua esperienza come giurata a SanLiscio, un festival dedicato al ballo tradizionale romagnolo.
  • Descrive il liscio come un'espressione di "allegria e malinconia" e sottolinea il suo valore simbolico e comunitario, specialmente dopo l'alluvione che ha colpito la Romagna.

Resumen generado por IA

Por qué importa

Francesca Fabbri Fellini, nipote del regista Federico Fellini, è stata invitata a far parte della giuria del festival SanLiscio, un evento dedicato alla musica e al ballo tradizionale romagnolo che nasce come gesto di rinascita dopo l'alluvione.

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La prima cosa che hai pensato quando ti hanno proposto di entrare in giuria a Sanliscio?

Ero molto felice. Sono affascinata da chi balla il liscio: mi immobilizzano, quelle coppie. Sono ipnotizzata dal liscio come un serpente dalla melodia.Sono ipnotiche per me. Trasmettono allegria, ma nello stesso tempo anche malinconia, che è esattamente ciò che il liscio è: allegria e malinconia insieme, indissolubilmente. Mi piace pensare alla Romagna come a un’enorme balera cosmica. Una terra dove non ci si limita a vivere, ma si danza. In questo siamo molto vicini ai napoletani, che vivono con una vocalità e un piacere del gesto unici. E poi questi orchestrali non girano solo l’Italia: fanno il giro del mondo. Sono dei magnifici cantastorie.

SanLiscio nasce nel 2023 come gesto di rinascita della Romagna colpita dall’alluvione. Ha anche un valore simbolico, oltre che musicale?

Certamente. Il liscio è una memoria collettiva che va alimentata, perché nel ballo c’è un movimento del corpo insieme agli altri: ha una forza che va ben oltre la musica. Basta pensare a Romagna mia di Secondo Casadei: è probabilmente la canzone italiana più cantata nel mondo, ha reso immortale il nostro patrimonio canoro. Mi auguro che San Liscio attiri sempre più giovani — e in realtà li attira già: alle gare li vediamo. È un’educazione sentimentale che comincia presto. C’è qualcosa di profondamente comunitario in tutto questo: non è solo musica, è un corpo collettivo che si muove.

Hai lavorato in radio, televisione, cinema, fotografia, letteratura. Che sguardo porti in giuria che un giudice esclusivamente musicale non avrebbe?

Sono una persona estremamente empatica, e ho avuto la fortuna di avere delle frequentazioni che mi hanno dato un’educazione musicale e sentimentale straordinaria: Nino Rota, Bacalov, e negli anni più recenti Nicola Piovani. Grandi maestri, grandi amici. Ho incontrato grandi cantanti nel corso della mia carriera. Ma quello che porterò soprattutto è una vena che chiamo “saudade felliniana”: ironia, satira, e poi tanta malinconia. Sono convinta che anche lo zio Federico, da grande osservatore qual era, avrebbe guardato il liscio con grandissimo affetto. Lo avrebbe ascoltato, annusato, perché apparteneva alla sua terra. Io porterò quella stessa meraviglia. L’emozione di una bambina sulla ruota di un luna park: ogni volta come se fosse la prima.

Tuo zio Federico ti diceva che esistono due vite: quella a occhi aperti e quella a occhi chiusi. È una frase a cui continui a pensare?

Me l’ha detta durante quella passeggiata invernale sulla spiaggia di Rimini, il giorno del suo compleanno, io avevo sei anni. La sentivo come una melodia che mi accarezzava l’orecchio. Diventando grande ho capito che aveva assolutamente ragione. Il mio dispiacere è non saper disegnare come sapeva disegnare lui, non saper restituire i suoi sogni immaginifici. Quei sogni sono in parte raccolti nel Libro dei sogni: un libro di magia bianca, come lo definiva lui stesso, come ripeteva spesso il nostro collega Vincenzo Mollica. Va sfogliato dalla fine verso l’inizio, ed è stato studiato e analizzato, eppure c’è ancora un Federico tutto da raccontare. Ci sono i film che non ha mai girato, gli incontri notturni, un archivio meraviglioso.

I sogni, l’aldilà e il Libro dei sogni

Io i sogni cerco di annotarli subito, la mattina, prima che svaniscano. Perché durante la notte mi piace incontrare i nostri amici, le persone che ci hanno preceduto e che sono nell’oltre. Il messaggio che arriva sempre è uno solo: qui si sta bene. Cerco di trasferirlo a tutti, perché nei tempi che viviamo non consideriamo mai abbastanza che la morte fa parte della vita, che è un percorso, un otto infinito. Non ho mai vissuto la perdita delle persone care come un taglio netto, ma come una porta: si entra in una stanza accanto. Sono convinta che lo zio Federico mi starà accanto nelle due serate di San Liscio. Mi dirà: Franceschina, mi raccomando. E starà lì anche lui, con noi.

Come nasce La Fellinette?

Da un sogno vero. L’undici maggio 2019, un mese dopo la morte di mio padre, nella mia camera da letto ho il disegno originale che lo zio Federico mi fece da bambina: la Fellinette. Quella notte sogno che il disegno si mette in movimento. Vedo gli attori, vedo Milena Vukotic, vedo Ivano Marescotti, vedo Bostric, sento le musiche di Andrea Guerra. La mattina dopo, con la paura che tutto svanisse come succede nei sogni, telefono a un ragazzo per farmi fare uno storyboard. Risponde alle otto di domenica. Quando gli dico il mio nome, mi dice: “Signora, sono caduto dalla sedia. Ma Fellini quello? Il regista? Perché io mi chiamo Federico: i miei genitori mi hanno dato questo nome per la loro passione per il cinema.” Magia allo stato puro. Da quel sogno, da quello storyboard, è nato il cortometraggio: parte animazione, parte live action, che è difficilissimo da realizzare soprattutto come opera prima.

Ha vinto il Nastro d’Argento speciale nel 2020, e nel 2021 l’ho portato al Molodist di Kiev, il festival più antico al mondo, dove ho conosciuto un popolo straordinario prima che tutto cambiasse. Ho degli amici belli nati in quell’avventura, e porterò per sempre quel ricordo, quell’abbraccio dell’Ucraina al mio cortometraggio. Ci sono tante cose, in quel film. C’è un’ombra cinese che non è un effetto digitale: il mio caro amico Carlo Truzzi, campione di ombre cinesi, è riuscito con le mani — in una sola ripresa — a fare il profilo di mio zio. E c’è il pontile sulla spiaggia dei Vitelloni. C’è tanto Federico, con tanto rispetto, in punta di piedi. Credo di aver fatto un piccolo filmettino, come avrebbe detto lui, che è un unicum: nessun altro avrebbe potuto farlo.

Preguntas abiertas

  • Quali saranno i criteri specifici di giudizio per il festival SanLiscio?
  • Come influenzerà la giuria di Fabbri Fellini le future edizioni del festival?

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This article was originally published by Sky TG24.

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