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Rubate 53 anni fa, due opere d'arte ritrovate grazie a un'email dalla Svizzera
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Repubblica Cronaca16/5/2026Crime3 min de lecturaItaly

Rubate 53 anni fa, due opere d'arte ritrovate grazie a un'email dalla Svizzera

En resumen

  • Dopo 53 anni dal furto di 36 opere d'arte dal Duomo di Chieri, due statue sono state ritrovate grazie a un'email dalla Svizzera.
  • Un riscatto ha avviato un'indagine che ha portato al recupero delle opere, restituite con una cerimonia.

Resumen generado por IA

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I ladri si erano calati dal tetto del Duomo di Chieri il 12 luglio 1973 e avevano rubato un tesoro inestimabile di 36 opere d’arte. Negli anni ne è poi stata recuperata una parte ma mancavano all’appello una statua della Madonna con bambino e un reliquiario di San Giuliano, di origine fiamminga e del XV secolo. Entrambi scomparsi nel nulla, fino a quando l’Arcidiocesi di Torino e il parroco del Duomo hanno ricevuto una strana e-mail dalla Svizzera: «Rivolete quelle due statue? Pagate». Una richiesta di riscatto che ha portato a un’inchiesta del Nucleo Tutela patrimonio culturale dei carabinieri e della procura di Torino, che hanno ritrovato le due opere, restituite oggi con una cerimonia solenne proprio nel Duomo derubato quasi 53 anni fa. «Oggi si sana una ferita per la città - introducono il sindaco Alessandro Sicchiero e monsignor Giraudo, a nome dell’Arcidiocesi di Torino - Grazie a questo ritrovamento, Chieri si dimostra ancora una volta un luogo crocevia della storia e della fede di intere generazioni». Aggiunge il parroco, don Marco di Matteo: «Tecnicamente non è un miracolo ma noi un po’ lo crediamo tale. Quindi speriamo che ce ne siano altri in futuro».

Quello che viene definito “Tesoro del Duomo” s’era formato a partire da 500 anni fa, grazie a due canonici della Collegiata. Una collezione raccolta nella cappella Gallieri, alla base del campanile. Ed è da lì che venne depredata nel 1973, da ladri rimasti ignoti. I banditi salirono sul tetto, scesero in chiesa, forzarono il cancello e la porta blindata della cappella. Poi fecero man bassa, scappando da una delle porte della chiesa e caricando la refurtiva su un camioncino parcheggiato sul sagrato.

Le indagini dei carabinieri portarono i primi frutti già l’anno dopo, nel 1974, a Grugliasco. Quando i militari arrestarono un robivecchi che in un ripostiglio, dentro a uno scatolone, nascondeva il reliquiario di Sant’Orsola, in rame e argento, un anello e il piedistallo della statuetta della Vergine del Divin Infante (quella restituita oggi). L’anno successivo, in una trattoria milanese, spuntò il reliquiario del braccio di Santa Basilissa, nascosta in un sacco insieme al reliquiario del braccio di San Giuliano, a una croce, al busto di San Filippo, calici e altri oggetti. Infine, tra marzo e maggio ‘81, furono ritrovati il reliquiario di Sant’Andrea e di San Marco, in una valigia alla Stazione centrale di Milano. Un totale di 19 reperti cui ora si aggiungono i due ritrovati in Svizzera dopo l’e-mail inviata all’Arcidiocesi: «Ci ha permesso di riprendere questo “cold case”, anche se non avevamo mai chiuso l’indagine - ricostruisce il maggiore Ferdinando Angeletti, comandante del Nucleo Tutela patrimonio culturale - L’e-mail poteva essere una truffa ma era evidente che gli autori sapessero del furto e che possedevano davvero le opere rubate. Siamo risaliti ai due coniugi che l’avevano scritta e, dopo un anno e mezzo di lavoro, abbiamo perquisito la loro casa, trovando i due reliquiari nella loro camera da letto. Il problema è stato poi ottenere il rientro dalla Svizzera perché bisognava essere sicuri che fossero proprio quelli rubati nel Duomo. E siamo riusciti a dimostrarlo grazie alla gigantesca banca dati del nostro Nucleo, la più grande del mondo con 7 milioni di beni catalogati».

Ora marito e moglie svizzeri sono indagati per ricettazione di opere d’arte e rischiano un processo a Torino: «Probabilmente si terrà in contumacia perché dubitiamo che queste persone si presentino in tribunale - considera il procuratore aggiunto Salvatore Dolce - Anche perché la Svizzera è fuori dall’Unione europea e tutela in modo particolare i suoi cittadini».

A oggi mancano all’appello altri 17 oggetti preziosi, che potrebbero anche essere stati fusi per ricavare l’argento: «Il valore delle opere supera quello del metallo, soprattutto perché si tratta di un furto di oltre 50 anni fa - riflette il maggiore Angeletti - Per questo dico che la speranza è l’ultima a morire e lancio un appello: “Chi sa, parli”. Qualunque informazione può essere utile per recuperare quello che ancora manca».

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This article was originally published by Repubblica Cronaca.

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