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Seveso, 50 anni dopo: la città che vive sulla diossina
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Seveso, 50 anni dopo: la città che vive sulla diossina

En resumen

  • Cinquant'anni dopo il disastro della diossina, Seveso celebra la sua resilienza con la visita del Presidente Mattarella.
  • La città, segnata da una catastrofe ecologica che causò la morte di migliaia di animali e gravi problemi di salute agli abitanti, vive oggi su una collina che nasconde una discarica di materiale contaminato.

Resumen generado por IA

Por qué importa

Il disastro di Seveso del 10 luglio 1976, causato da un'avaria alla fabbrica Icmesa, rilasciò una nube di diossina che contaminò un'ampia area, provocando la morte di animali e gravi problemi di salute agli abitanti.

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Seveso (Monza) Si cammina su un’erba soffice, tra i fiori e le api, e intorno ci sono alberi. Altissime querce, questo è un posto magnifico e persino “magico”, dice la giardiniera Elisabetta, che rincalza piantine e si lamenta della siccità. “Qui c’è un’energia, perché la natura ci offre tanto”. E si sale sulla collina, ogni tanto si inciampa in un tombino di ghisa, ed eccoci in cima, sotto i nostri piedi dorme una delle discariche più grandi d’Europa, ed è il segreto di Seveso. Seveso, uguale diossina. Due nomi per sempre intrecciati. E questa è la “vasca” di Seveso, non la vediamo ma c’è, e ci sono i pozzetti per le ispezioni dei tecnici della Regione Lombardia, che controllano lo stato delle cose. Cinquant’anni dopo, era il 10 luglio 1976.

Cinquant’anni dopo, arriva il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel giorno preciso a rendere omaggio alla tenacia di una città di 24mila abitanti che è sopravvissuta alla prima catastrofe ecologica del secolo scorso. Non ci furono morti, ma 240 persone — bambini soprattutto — attaccate dalla cloracne, che ustionava la pelle e lasciava cicatrici orrende. Non morirono gli umani, ma gli animali, e questa collina su cui camminiamo è anche la tomba di oltre 80mila animali, vacche, cavalli, molti furono abbattuti nella fretta di non saper cosa fare, e cani e gatti, galline, e i selvatici, le volpi e uccelli a migliaia, che cadevano a terra, morti.

Poi, la terra. Su un’area enorme, le scavatrici portarono via fino a mezzo metro di terreno contaminato, che finì qui sotto. E le case. Quelle della zona A, la più colpita dalla nube tossica, abbattute. Le macerie seppellite, e con esse anche le macchine utilizzate per la distruzione. E tutto quello che contenevano. I mobili, gli elettrodomestici, la biancheria e i vestiti e i ricordi di una vita, le fotografie, i quaderni di scuola, i libri. Tutto. Duecentomila metri cubi di materiale contaminato.

Si abbatté e seppellì anche la fabbrica con tutti i suoi macchinari. L’Icmesa, di proprietà svizzera, prima Givaudan, poi Hoffmann La Roche. Produceva chimica, sostanze farmaceutiche, fino al mezzogiorno del 10 luglio 1976. L’avaria al sistema di controllo di un reattore chimico per la produzione di triclorofenolo, l’altissima temperatura provocò la formazione di TCDD, la diossina, quella nuvola bianca che avvelenò Seveso, ma anche Meda, Cesano Maderno e Desio. Ma Seveso, di più. Ma nessuno capì subito. Solo quando i primi bambini cominciarono a gridare dal dolore, la pelle che gli esplodeva in faccia, solo quando cominciarono a cadere le rondini.

Ci sono le foto famose. Gli uomini in tuta bianca e respiratore, i militari con il mitra imbracciato. Stefania e Alice Senno, 2 e 4 anni, che giocano con le bambole, una ha la testa completamente fasciata, l’altra ha il viso sfigurato. Simboli, così come questo Bosco delle Querce, nato per volontà popolare su un’area di 42 ettari, là dove c’era un bel pezzo di paese. “Fu un trauma enorme, soprattutto lo sgombero forzato, l’abbandono delle proprie cose. Ma anche quello delle donne che dovettero abortire, e poterono farlo solo grazie a una deroga”, ricorda la sindaca Alessia Borroni (Lega). L’aborto era ancora fuorilegge, ma qui si trattava di aborti terapeutici, per scongiurare la nascita di bambini malformati. Lo Stato acconsentì.

Borroni aveva solo 2 anni, quindi ricorda poco. Ma anche negli anni successivi, “noi eravamo sempre considerati contagiosi. E quindi ghettizzati”. Molti se ne andarono per sempre, e dei quasi 750 sfollati, molti non vollero tornare. Chi restò, cominciò la battaglia. La gente non voleva l’inceneritore, che era la prima ipotesi per eliminare tutto quanto finì invece sottoterra, protetto da molti strati di cemento. “La gente decise di tenersi le due discariche, perché c’è anche quella nel territorio di Meda, da 80mila metri cubi”, spiega Marzio Marzorati, esponente storico di Legambiente, e presidente del Parco Nord di Milano, un altro esempio di parco post industriale su un’area bonificata, che era quella della Breda. Aveva 17 anni, nel 1976, e ricorda bene “quando andavamo a vedere l’Icmesa, subito dopo il disastro. Ci vollero giorni perché se ne capisse l’entità. Intanto noi ragazzini giravamo in bicicletta proprio lì. Poi cominciarono le vesciche, i segni di ustione alle gambe…”.

Con Marzorati ci si incontra sotto il grande pioppo, solitario in un prato. “Tutti gli alberi vennero abbattuti, si decise di salvare solo questo, a ricordo”. E lui, ricorda che nessuno sapeva niente. Non c’erano precedenti scientifici, la gente aveva paura, ma non sapeva neanche di cosa. “Giulio Alfredo Maccacaro, fondatore di Medicina democratica, definì la tragedia Seveso come un crimine di pace…”. Però, qui “si sono gettate le basi dell’ambientalismo moderno”, in anni in cui non esisteva neanche l’Arpa, o l’Ispra, o il ministero dell’Ambiente, o gli assessori dedicati alla tutela.

Solo nel 1986, a bonifica conclusa, si cominciò a piantumare il Bosco, con 5mila alberi e 6mila arbusti, a cui se ne sono aggiunti altri, e altri. Una foresta. Ma ecco arrivare un rumore di seghe elettriche. “L’area doveva restare intonsa, ma viene ferito dalla costruzione della Pedemontana. Stanno tagliando un pezzo di bosco, 3.200 tra alberi e arbusti”. Gli attivisti di Sinistra e Ambiente Meda, Legambiente e Seveso Futura hanno anche fatto appello al presidente Mattarella: “Il parco viene violato dal passaggio dell’autostrada, che lo priverà di due ettari”. E sperano che li aiuti a far entrare il Bosco nel progetto del Parco Fluviale e Territoriale del Seveso, che si sta giusto costituendo. In una terra già parecchio massacrata, non solo dalla diossina, ma da fabbriche, infrastrutture, capannoni, nel famoso distretto del mobile.

Ma la sindaca Borroni ha già detto no. “Il Bosco è di Seveso, e deve essere gestito dal Comune. E’ il Dna di Seveso, non della Brianza. Persino l’Europa lo ha riconosciuto come simbolo di questa città, e non di Desio, non di Cesano Maderno o di Meda”. E come si può capire, la diossina dorme sepolta sotto la collina, e nell’aria volano altri veleni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Preguntas abiertas

  • Quali sono i rischi a lungo termine della diossina sepolta?
  • Come verrà gestito il Bosco delle Querce in futuro?
  • Quali lezioni sono state apprese per la prevenzione di futuri disastri ecologici?

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This article was originally published by Repubblica Cronaca.

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