Sportivi, la sfida del "dopo carriera": tra stipendi ridotti e reinvenzione
En resumen
- Molti sportivi, anche in Serie A, affrontano uno shock economico al ritiro.
- La calciatrice Milena Bertolini sottolinea la difficoltà di reinvenzione e il basso numero di ex atlete nel calcio professionistico italiano, nonostante la professionalizzazione del campionato femminile.
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Por qué importa
La carriera sportiva è caratterizzata da "picchi di reddito di breve durata". Al termine delle competizioni, molti atleti affrontano uno shock personale ed economico, necessitando di reinventarsi.
Pianificare con attenzione i propri passi conta, soprattutto per chi sceglie una carriera da sportivo, dove il fattore tempo è dirimente. Gli economisti parlano di “picchi di reddito di breve durata” per descrivere come alla gloria e agli ingaggi da capogiro possano seguire, nel giro di pochi anni, stipendi ben più contenuti.
SPORT&FINANZA: il dossier
Milena Bertolini, ex calciatrice e allenatrice Uefa Pro. Cosa succede quando le competizioni finiscono e si appendono gli scarpini al chiodo?
«Il momento del passaggio dalla carriera sportiva alla vita cosiddetta normale è abbastanza traumatico per i calciatori dal punto di vista personale. Per molti giocatori poi, anche in Serie A, il ritiro rappresenta pure uno shock economico. Quando la vita negli spogliatoi e l’adrenalina della competizione sono ormai alle spalle non è detto che quanto accumulato basti per il resto della vita. Bisogna reinventarsi».
Lei ha scelto la panchina, ma non sono molti quelli che rimangono nell’ambito calcistico.
«Tanti lo vorrebbero, ma appena il 10 per cento riesce a diventare allenatore, team manager, dirigente o cronista. Nel caso delle calciatrici i numeri sono ancora più sconfortanti: molte delle posizioni sono in realtà occupate da uomini, per cui la presenza di ex giocatrici nei club o nel mondo del calcio in generale non arriva all’uno per cento».
È cambiato qualcosa da quando, dalla stagione 2022-23, la Serie A femminile è diventata un campionato professionistico?
«Sicuramente, anche se il lavoro da fare è ancora molto. Il calcio femminile in Italia è un movimento relativamente giovane, che ha acquisito un certo pubblico con i mondiali di Francia 2019 dove siamo arrivate ai quarti di finale».
E le opportunità non sono paragonabili a quelle del calcio maschile…
«Assolutamente no, ancora molte ragazze vengono dal mondo del dilettantismo, con allenamenti serali e rimborsi spesa al posto di veri e propri stipendi. Quello del futuro è un pensiero costante, perché la sicurezza finanziaria è poca. Avendo molto più tempo libero, molte ragazze riescono a laurearsi, lavorare o costruirsi una formazione fuori dal campo e questo fa la differenza quando la carriera sportiva finisce».
Crede che il sostegno fornito dalle società e dalla federazione sia sufficiente ad accompagnare i giocatori nella gestione del loro portafoglio dopo il ritiro?
«Esistono alcune iniziative, come il Fondo di fine carriera dell’Associazione italiana calciatori. Certo, si potrebbe fare di più, con corsi rivolti agli ex atleti o affiancando loro dei consulenti. Anche se alla fine credo che la cultura, finanziaria e non, sia la vera chiave per affrontare il passaggio: aver maturato interessi oltre al pallone ed essersi creati un pensiero critico rendono quel momento delicato più graduale e si rivelano qualità preziose per il futuro».
Crede che l’educazione finanziaria possa contribuire a ridurre il divario tra la carriera delle calciatrici e dei calciatori?
«Forse in parte, ma di certo non basta. Servono investimenti ingenti e scelte politiche coraggiose per annullare le differenze salariali. Abbiamo l’esempio del campionato statunitense e inglese che dimostrano come, con il giusto supporto, il calcio femminile possa manifestarsi per quello che è: sport di alto livello e uno spettacolo in grado di emozionare il grande pubblico».
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Preguntas abiertas
- Quali altre iniziative di supporto sono necessarie?
- Come si può incentivare la cultura finanziaria tra gli sportivi?






