Sfruttamento in agricoltura: il prezzo della schiavitù per braccianti e imprenditori
Hızlı Bakış
In Calabria, il sfruttamento dei braccianti agricoli e gli imprenditori da parte della grande distribuzione e dei caporali è un problema cronico, come evidenziato da don Giacomo Panizza e Vincenzo Linarello, con esempi di lavoratori sottopagati e sfruttati, incluso il tragico incidente ad Amendolara.
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La Calabria affronta problemi di sfruttamento dei braccianti agricoli.
Il problema è il prezzo, la filiera del mercato. Accettare i diktat della grande distribuzione o lasciare la frutta sull’albero. Così si ricattano gli imprenditori agricoli e si schiavizzano i braccianti. Don Giacomo Panizza arriva a Lamezia Terme alla fine degli anni ’70 dall’alta Pianura Padana, da Brescia, per l’esattezza. Da sempre si occupa di disabili, immigrati e tossicodipendenti. Attraverso attività socio-educative, prova a dare una chance a quei soggetti fragili che hanno bisogno di riscatto. E di un lavoro. Fra le tante attività del suo Progetto Sud c’è anche quella agricola che si svolge tra la piana di Lamezia e Settingiano: otto ettari per produrre miele, olio e coltivare verdure, tutto a km 0. «Chi vuole i nostri prodotti se li viene a prendere – ci tiene a precisare don Panizza -. Di quello che vendiamo alla Gdo, invece, stabiliamo noi la cifra. Cinque o 8 centesimi per ogni cassetta di arancia sono il prezzo della schiavitù». E lo stesso vale per le fragole, con i braccianti pagati tra i 3 e i 5 euro l’ora. Fra i tanti che in Calabria praticano agricoltura legale e responsabile c’è Vincenzo Linarello, fondatore e presidente di Goel – “comunità di persone, imprese e cooperative sociali che opera per il cambiamento e il riscatto della Calabria” –. Sostiene da tempo che il problema sia proprio nell’intermediazione della catena di forniture agricole della grande distribuzione: «Troppi passaggi, troppi intermediari, troppi grossisti locali che abbassano il primo prezzo all’agricoltore». Così si taglia il costo del lavoro. Ad Acconia di Curinga, nella piana di Lamezia Terme, su centinaia di ettari è il tempo della fragola Ligea. Una cultivar diffusa anche ad Amendolara, nell’alto Ionio Cosentino. È lì, in una stazione di servizio della statale 106, che si è consumato l’orrore dei quattro braccianti arsi vivi in un’auto. Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah Qiemi e Amjad Safi chiedevano una paga giusta e un contratto regolare per la raccolta delle fragole. Ed è ad Amendolara che la Cgil e i delegati di partiti e associazioni hanno sfilato in corteo contro caporalato e sfruttamento. Alla manifestazione c’era anche don Giacomo. «Quello che è accaduto ci avverte che si sta costituendo sui territori un nuovo potere. Clan di caporali che sono anche immigrati, organizzati in stile ‘ndrangheta, forse, se è possibile, anche più spietati», avverte il fondatore di Progetto Sud che conosce bene quelle zone.
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Aumento delle proteste contro il caporalato
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