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Violenza giovanile e assenza di limiti: l'analisi della psicologa Maria Antonietta Gulino
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Repubblica Cronaca13/04/2026Social2 min de lectureItaly

Violenza giovanile e assenza di limiti: l'analisi della psicologa Maria Antonietta Gulino

Dopo il tragico episodio di Massa Carrara, la presidente dell'Ordine degli psicologi riflette sulla crisi educativa e sul ruolo dei genitori

L'essentiel

La psicologa Maria Antonietta Gulino analizza la crescente violenza giovanile, sottolineando la mancanza del senso del limite e la responsabilità educativa degli adulti in una società distratta dalla tecnologia.

Résumé généré par IA

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Questo padre morto semplicemente per aver redarguito quei ragazzi voleva fare la sua parte da adulto e da genitore insegnando al figlio undicenne che lo ha visto morire sotto i suoi occhi l’importanza del senso del limite. Quello che ormai tantissimi dei nostri giovani hanno perso. O più probabilmente non hanno mai avuto insegnato.

Maria Antonietta Gulino, presidente del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, cosa sono diventati i nostri ragazzi?

«Diciamolo subito. Non sono dei mostri, ma sono capaci di fare cose orribili, dalle conseguenze irreparabili come purtroppo in questo caso, di cui il più delle volte non comprendono le conseguenze. La domanda che dobbiamo farci è proprio questa: è possibile per questi ragazzi, sempre più giovani, fare qualsiasi cosa, andare oltre ogni limite, senza porsi il problema delle conseguenze?»

Come è possibile perdere quel senso del limite che dovrebbe essere istintivo, naturale?

«Non lo è, non del tutto. Il senso del limite va insegnato quando si è nell’infanzia. Altrimenti sarà un dramma per gli altri e per se stessi che si porteranno dietro per tutta la vita. Quest’ultimo episodio è costato la vita ad un padre, ha prodotto uno shock nel bambino undicenne che non dimenticherà mai la morte del padre, ha rovinato le vite di quei ragazzi che sfogavano la loro rabbia in quel modo».

Colpa degli adulti di riferimento?

«Fondamentale chiedersi: gli adulti intorno a loro come si comportano? Hanno fatto la loro parte? Oggi vediamo famiglie in cui c’è leggerezza, superficialità, in cui si lascia correre. E famiglie in cui invece i genitori fanno tutto al posto dei loro figli, dai compiti a casa a fissare un appuntamento. Genitori che sono i protagonisti delle vite dei figli che invece vanno accompagnati lungo la crescita e abituati via via ad assumersi le loro responsabilità. E il gruppo, il branco, fa sentire ancora meno la responsabilità individuale, protegge il singolo».

È un problema di un’intera generazione di genitori visto che questo tipo di episodi di violenza giovanile diventano sempre più frequenti e attraversano tutte le fasce sociali?

«Viviamo in una società assai complessa in cui il rapporto genitori-figli è reso più difficile dal terzo incomodo, quello che io definisco “il mondo in tasca”, il cellulare che sta nelle tasche di ogni figlio ma anche di ogni genitore. Ci stiamo distraendo troppo dalle nostre responsabilità di genitori, dal dovere fondamentale di insegnare a distinguere il bene dal male. Viviamo in una società continuamente di corsa, iperperformante. I fattori di rischio sono altissimi. Fermiamoci prima che sia troppo tardi».

Che significa: fermiamoci?

«Fermiamoci a parlare con i nostri figli. Ad esempio, dopo un fatto sconvolgente come questo di Massa Carrara, in ogni famiglia, in ogni scuola ci si dovrebbe fermare a parlarne. Parlare e ascoltare cosa hanno da dire i ragazzi. Diversamente li abitueremo solo ad agire sulla spinta di emozioni difficili per loro da gestire. Non si rendono conto che la loro rabbia può arrivare ad uccidere».

Difficile da accettare.

«Se questi ragazzi, inascoltati, diventano dei fantasmi, il loro mondo diventerà quello virtuale in cui la violenza è normale. Si abituano a subirla e a replicarla. Non possiamo più girarci attorno: devono essere educati a gestire le loro emozioni».

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This article was originally published by Repubblica Cronaca.

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