Brasile respinge accuse commerciali USA su Pix e big tech
Quick Look
- Il Brasile ha formalmente respinto le accuse commerciali degli Stati Uniti, che potrebbero portare a dazi del 25%, definendo l'indagine una pressione economica senza basi.
- Le contestazioni riguardano il sistema di pagamenti Pix e le decisioni giudiziarie sulle big tech, che Brasilia difende come politiche interne e infrastrutture aperte.
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Il governo del Brasile ha respinto formalmente le accuse avanzate dagli Stati Uniti nell'indagine commerciale che potrebbe portare all'introduzione di dazi aggiuntivi del 25% su una serie di prodotti brasiliani, definendo l'iniziativa una misura di pressione economica priva di basi commerciali. In una lettera all'Ustr, il ministro degli Esteri Mauro Vieira sostiene che Washington "non ha dimostrato" l'esistenza di pratiche sleali in grado di danneggiare le imprese americane e che molte delle contestazioni riguardano scelte di politica interna, estranee alle norme sul commercio internazionale. Tra i punti contestati dagli Stati Uniti figura il Pix, il sistema di pagamenti istantanei sviluppato dalla Banca centrale brasiliana, accusato di favorire gli operatori nazionali rispetto ai concorrenti statunitensi. Brasilia respinge l'accusa, definendo il Pix "un'infrastruttura pubblica ad accesso aperto", disponibile "in condizioni non discriminatorie" per tutti gli operatori che soddisfano i requisiti previsti, indipendentemente dall'origine del capitale.
Il governo ricorda inoltre che nel sistema operano già società americane come Google Pay Brasil e Visa.
Nel documento vengono respinte anche le critiche rivolte alle decisioni della giustizia brasiliana nei confronti di big tech.
Secondo Vieira, le aziende straniere, "come avviene in qualsiasi altro grande mercato", sono tenute a rispettare le decisioni dell'autorità giudiziaria e possono essere sanzionate in caso di violazioni. Il governo ribadisce che la Sezione 301 della legge commerciale statunitense "non autorizza" l'imposizione di misure commerciali solo perché Washington non condivide le scelte di politica pubblica di un altro Paese sovrano.







