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BackCompany, il nuovo film di Casey Affleck presentato alla Mostra del Cinema di Venezia
Company, il nuovo film di Casey Affleck presentato alla Mostra del Cinema di Venezia
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Sky TG244 hours agoCulture5 min readItaly

Company, il nuovo film di Casey Affleck presentato alla Mostra del Cinema di Venezia

Un viaggio tra favola nera, western e gotico che chiude la trilogia del regista sul senso della vita e del dolore

Quick Look

Presentato in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, 'Company' è il terzo film diretto da Casey Affleck, strutturato come una matrioska di storie che unisce western crepuscolare, gotico e favola nera.

AI-generated summary

Why It Matters

Il film Company è stato presentato in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia ed è diretto da Casey Affleck.

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«Questo essere umano è una locanda. Ogni mattina, un nuovo arrivo.» Nel XIII secolo Jalal al-Din Rumi immaginava l’anima come una casa per gli ospiti: gioia, tristezza, malizia, dolore bussano senza appuntamento e bisogna comunque aprire la porta. Anzi, ringraziare. Perché persino chi arriva a rovinarci la serata potrebbe essere stato mandato per insegnarci qualcosa.

Sicché non stupisce che il terzo film diretto da Casey Affleck si intitoli Company, compagnia, e cominci proprio con qualcuno che nessuno aveva invitato.

È una gelida notte del 1975. Una donna si presenta a una festa, entra in casa e comincia a raccontare.

Tutto qui? Naturalmente no. Perché le storie, soprattutto quando sono raccontate bene, hanno il pessimo vizio di contenerne altre.

Presentato in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, Company vive precisamente in quella soglia: tra chi entra e chi resta fuori, tra ciò che ereditiamo e ciò di cui vorremmo liberarci, tra il piacere infantile del «c’era una volta» e la consapevolezza adulta che, a volte, le fiabe mordono.

La trama è una matrioska. O, meglio ancora, una di quelle scatole cinesi che apri convinto di essere arrivato al fondo e invece no: dentro ce n’è un’altra.

Si parte quasi come in un noir. Una dark lady arriva in una casa affacciata su una strada che porta un nome decisamente poco rassicurante: Salem.

È Evelyn, interpretata da Emily Alyn Lind, e il suo racconto ci trascina indietro al 1953, quando l’eremita Tom salva Alice, un’attrice rimasta intrappolata in una bufera di neve in Colorado.

Ma anche Alice ha una storia da raccontare.

E così si torna al primo Novecento, a Emmett e Rebecca, Scoot McNairy e Adelaide Clemens, una coppia di contadini che offre ospitalità a un giovane vagabondo tormentato mentre lungo la frontiera si diffonde il terrore per una serie di omicidi: alle vittime viene strappato il cuore.

Letteralmente, tanto per non lasciare troppo lavoro alle metafore.

Poi le porte continuano ad aprirsi.

Il western crepuscolare si trasforma in racconto gotico, il gotico in favola nera, la favola quasi in leggenda. Compaiono donne con due teste, uomini con tre braccia, vampiri, bugie e una Bratislava appartenente a un passato così remoto da sembrare già mito.

Affleck continua a scendere lungo questa scala del racconto fino a riportarci là dove probabilmente tutto è cominciato: davanti a un fuoco, mentre fuori è buio e qualcuno dice agli altri: «Adesso vi racconto una storia».

Cuori estratti, rabbia, vendetta, corpi e anime divorati dal rancore: Company usa l’armamentario dell’orrore, ma non è davvero interessato a spaventare.

Gli interessa ciò che resta dopo.

E affida a un piccolo oggetto il senso di molto: un orologio da taschino che, una volta ricaricato, sembra restituire calma ai personaggi. Come si bastasse riavvolgere il tempo per rimettere le cose al posto.

Naturalmente non basta.

Ma al cinema, qualche volta, possiamo almeno fingere.

La chiave più preziosa la offre lo stesso Affleck.

Soltanto a film finito, racconta nelle note di regia, si è accorto che Company chiudeva una trilogia che non sapeva di avere cominciato.

I'm Still Here, il mockumentary su Joaquin Phoenix del 2010, raccontava un uomo divorato dal proprio ego: la discesa di qualcuno incapace di accogliere l’amore.

Light of My Life, nove anni dopo, faceva l’esatto contrario: raccontava un padre disposto quasi a cancellare se stesso pur di proteggere la figlia.

Uno chiedeva che cosa accade quando rifiutiamo l’amore. L’altro fino a che punto possiamo spingerci per amore di qualcuno.

Company pone forse la domanda più difficile: cosa facciamo, alla fine, della vita che ci è capitata?

Non quella che volevamo. Non quella che avevamo immaginato. Proprio questa.

Ed è qui che ritorna una delle immagini più belle del film: il registro dei conti.

Passiamo una parte non irrilevante dell’esistenza a segnare mentalmente crediti e debiti. Chi ci ha ferito. Chi ci deve qualcosa. Chi avrebbe dovuto amarci di più. Chi avrebbe potuto fare diversamente.

Solo che quel libro non torna mai.

Per pareggiarlo bisogna smettere di aspettare che siano gli altri a pagare e aggiungere qualcosa di proprio: accettazione, perdono, magari persino grazia.

Che Company sia dedicato ai genitori di Affleck, scomparsi entrambi quest’anno senza poter vedere il film finito, rende questa contabilità del dolore molto meno teorica.

Ottantacinque anni, una faccia che sembra scolpita nella stessa legna della baita in cui vive il suo personaggio. Potrebbe leggere l’elenco telefonico e sembrerebbe comunque reduce da una guerra, un western di Sam Peckinpah e almeno tre divorzi.

A Venezia, Nolte la fa molto più semplice di tutti noi che cerchiamo simboli: stare nella baita, ascoltare, essere presente.

Fine del metodo.

Ed è forse proprio questa presenza ruvida, quasi minerale, a dare a Tom il peso di un uomo che non ha bisogno di raccontarci tutto perché la sua faccia lo ha già fatto.

Al suo fianco Ben Mendelsohn è il perturbante Kleinschmidt; Caylee Cowan, attrice e produttrice oltre che compagna del regista, si moltiplica in più figure; Adelaide Clemens, Scoot McNairy ed Emily Alyn Lind presidiano epoche diverse di questo lungo viaggio dentro il racconto.

E poi ci sono Atticus e Indiana Affleck, i figli del regista.

Atticus è al suo esordio sullo schermo. Affleck ha definito l’esperienza di lavorare con loro la migliore della propria carriera, perché ogni mattina poteva semplicemente andare sul set insieme ai figli.

Alla fine siamo sempre lì.

La locanda di Rumi.

Facciamo spazio agli ospiti e magari scopriamo che le persone che abbiamo lasciato entrare erano quelle che avrebbero dovuto insegnarci qualcosa.

Sotto tutte queste scatole, questi secoli, questi cuori strappati e queste nevicate, pulsa una domanda molto semplice: che cosa facciamo del dolore che riceviamo?

Lo restituiamo?

Lo conserviamo?

Oppure, scandalo dei più difficili da accettare, perdoniamo?

Qui entra persino Shakespeare, con la misericordia di Porzia ne Il mercante di Venezia, quella qualità che non può essere imposta e che cade dal cielo come la pioggia.

Affleck però non distribuisce risposte.

Fa qualcosa di più antico: racconta.

E proprio quando crediamo di avere finalmente capito quale storia stiamo ascoltando, Company cambia le carte sul tavolo e affida a una rivelazione conclusiva il compito di ricucire tutto ciò che abbiamo visto.

Il colpo di scena non è un trucco da prestigiatore. È il punto verso il quale il film ci stava accompagnando mentre guardavamo altrove.

Del resto, in Lo stato delle cose di Wim Wenders, Friedrich Munro pronuncia una frase che sembra scritta per Company: «Le storie esistono solo nelle storie, mentre la vita scorre nel corso del tempo».

La vita può permettersi di non sapere dove sta andando.

Una storia no.

O almeno deve farci credere, fino all’ultimo, che qualcuno conosca la strada.

Affleck allora si diverte a perderci. Cambia epoca, continente, genere. Prende deviazioni. Apre una porta e dietro ne trova un’altra. E proprio quando sembra sul punto di smarrirsi trova nell’inaspettato la propria ragione d’essere.

C’è del sublime, certo.

Ma soprattutto c’è quel piacere infantile e un po’ perverso di lasciarsi raccontare una storia senza avere la minima idea di dove andrà a finire.

E forse il cinema è cominciato proprio così.

Non con una macchina da presa.

Con qualcuno davanti a un fuoco che ha detto: «Ascoltate».

Si chiamerebbe Shelter from the Storm, come la canzone di Bob Dylan del 1975, da Blood on the Tracks, che accompagna i titoli di coda.

Un tumbler affumicato con un rametto di ciliegio. Bourbon invecchiato. Un amaro scuro per tutti i debiti che ereditiamo senza averli contratti. Sciroppo di amarene — il cuore, o quel che ne resta — qualche goccia d’Angostura e una scorza d’arancia bruciata.

Niente dosi.

Le proporzioni, come certe storie di famiglia, si tramandano a memoria e quasi sempre qualcuno le ricorda male.

Si beve appena tiepido, vicino al fuoco, mentre fuori infuria la bufera.

Poi arriva uno sconosciuto senza invito.

Si siede.

Beve.

E comincia a raccontare.

A quel punto, direbbe Rumi, conviene ascoltare.

Open Questions

  • Quando uscirà nelle sale cinematografiche?

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This article was originally published by Sky TG24.

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