Euphoria: "In God We Trust" chiude la serie tra dipendenza, grazia e sogno americano
Hızlı Bakış
Il finale di Euphoria, "In God We Trust", esplora le conseguenze della dipendenza e la ricerca di grazia in un'America complessa, chiudendo il cerchio narrativo con simbolismi religiosi e western.
Yapay zekâ özeti
Il campo lungo con cui si apre l'ultimo episodio di Euphoria ,mostra una American windmill — una pompa eolica, quelle pale che si vedono ancora nelle fattorie del West americano, che girano nel vento e pompano acqua dal sottosuolo. Icona del paesaggio rurale, simbolo di un'America che fatica e persiste, che prende quello che c'è sotto terra e lo porta in superficie. Levinson non spiega niente. Poi la storia comincia. In God We Trust. È scritto sulle banconote americane, su quelle stesse banconote che Alamo conta, che Cassie usa per pagare i debiti di Nate, che la DEA insegue attraverso un confine di sangue. Sam Levinson sceglie questo titolo per il finale di Euphoria — finale di stagione, finale di serie, finale di tutto — e lo sceglie senza ironia. O meglio: con tutta l'ironia possibile e insieme con tutta la serietà possibile, che è esattamente il modo in cui ha fatto questa serie per tre stagioni. In God We Trust è un episodio che tiene fede alla promessa di Mosè — «siate forti e vedrete la salvezza» — e al tempo stesso dimostra che la salvezza, in America, ha un prezzo che non tutti possono permettersi di pagare..
Levinson ha detto al New York Times che la storia che voleva raccontare era sempre stata una storia sulla dipendenza e le sue conseguenze, e che questo finale la porta dove doveva andare. Ha aggiunto, con la concisione di chi non sente il bisogno di giustificarsi: «Ho sempre avuto orrore delle storie a lieto fine.» Euphoria non fa eccezione. Non lo ha mai fatto. E il finale non lo fa. Ma, ed è un ma che vale tutto, Levinson riesce a trovare, dentro la catastrofe, qualcosa che assomiglia alla grazia. Non alla redenzione. Alla grazia. Che è diversa: non si guadagna, cade su tutti, sui giusti e sugli ingiusti, con il sole o con la pioggia.
L'episodio riprende esattamente dove si era interrotto, con l'urlo di Faye che squarcia il nero. La prima battuta pronunciata da Wayne — il neonazista, il fidanzato, il traditore — è: «Rue va verso il fienile.» Non è una battuta qualsiasi. Il fienile è lo stesso dove, nel primo episodio della stagione, alla fattoria dei Miller in Texas, Rue aveva trovato rifugio e le avevano offerto un bicchiere di latte fresco, qualcosa di inaspettatamente prezioso e semplice in mezzo a tutto il caos. La serie inizia nel fienile, finisce nel fienile. L'Uroboro — l'antico simbolo egizio del serpente che si morde la coda, l'eternità, il ciclo continuo di vita, morte e rinascita — è il disegno nascosto di questa stagione. Rue (Zendaya) ha pochi secondi per reagire: prende una chiave inglese, colpisce Wayne alla gamba, schiaffeggia Faye, scappa. Wayne la insegue con il fucile. Harley (James Landry Hébert) la insegue a cavallo e la stende con un lazo, trascinandola nel fango, immagine che è insieme un western, una crocifissione e una metafora sull'America che ti strascina dietro finché non ci resti. G (Marshawn Lynch, bravissimo in questo ruolo di presenza silenziosa) la salva sparando a Harley da lontano e urlando: «Corri.» Rue corre. Quanto western abita questo episodio: duelli, cavalcate, lazo, una bottiglia di champagne come metronomo per una sfida mortale. E poi la Bibbia, le lacrime, e alla fine quel sorriso di Rue — quello che persino Cassie ammette di aver sempre apprezzato.
Tornata da Alamo, Rue è «employee of the year» — un bacio sulla fronte, complimenti, una bottiglia di Percocet per il dolore fisico. «Non quello che hai in testa», le precisa Alamo, e lo dice con la stessa voce piatta con cui un cobra aspetta che la preda smetta di muoversi. Gli easter egg di questa scena sono preziosissimi: la Coca-Cola messicana che Alamo le porge è la stessa che compariva nella stagione 2, quando Rue e Laurie discutevano della catena di fornitura. La scacchiera, di nuovo. Il re ha già mosso la pedina che lo eliminerà.
In ospedale le mettono i punti alla mano. Rue si installa da Ali. Ascolta la Bibbia in audiocassetta, ancora, sempre, come ha fatto nel deserto prima del roveto ardente, e tiene la boccetta di Percocet in mano come se fosse un rosario. Ma stavolta la voce nel registratore non recita la Genesi 6 — quella del diluvio, quella di Dio che si pente di aver creato l'uomo. Recita la Genesi 1: «In principio Dio creò il cielo e la terra.» L'inizio assoluto. La creazione. Rue che ascolta il principio di tutto mentre si avvicina alla fine. Nel frattempo Ali e Rue conversano e la televisione trasmette Crimine Silenzioso, il noir in bianco e nero di Don Siegel del 1958, con Eli Wallach nel ruolo di Dancer, un sicario freddo e instabile. La scena che passa sullo schermo è quella in cui il personaggio chiamato The Man schiaffeggia Dancer in faccia con una borsa di eroina, e Dancer, furioso, lo butta giù dal balcone sulla pista di pattinaggio sottostante. Non è un caso. Non è mai un caso, in Euphoria. Un uomo che uccide per un affronto. Un altro uomo che sta per farlo. La televisione come specchio, come sempre.
La prima morte importante dell'episodio non è quella che aspettate. È Laurie (Martha Kelly) che, mentre la DEA sfonda il cancello della sua proprietà e arresta uno a uno i suoi, sale sul tetto, si lega una corda al collo e si lancia. Muore sul colpo.
Martha Kelly ha fatto di Laurie uno dei personaggi più inquietanti della storia recente della televisione: quella voce monocorde, quella gentilezza clinica, quella logica da contabile applicata al traffico di esseri umani. Levinson non le concede una morte drammatica né una scena di pentimento. Le concede solo questa: la scelta. Laurie non si fa arrestare. Il carcere non fa parte del suo sistema di valori, proprio come il fentanyl non faceva parte del sistema di dolore di chi lo acquistava. «La legge della domanda e dell'offerta», direbbe lei stessa. E il DEA trova, nel furgone che credeva carico di droga, solo un topo morto. Alamo ha già spostato tutto. Aveva già vinto prima ancora che la battaglia cominciasse.
Ali si sveglia al mattino. Rue è già in cucina a fare colazione — sembrava stare bene, sembrava guarita, sembrava. Il telegiornale dà una notizia: Fezco O'Neill (il compianto Angus Cloud) è evaso dal carcere usando il parkour. Rue si illumina. «Devo andarlo a prendere. Gli ho promesso che se fosse mai uscito, sarei andata io.» Ali protesta. Rue è già fuori.
Quello che segue è la sequenza più bella e più devastante dell'episodio. Rue arriva al vecchio negozio di Fez, e i ricordi la sommergono, i pomeriggi sul divano, le partite ai videogiochi, la gentilezza senza ragione di un ragazzo che aveva imparato il mondo sbagliato e aveva scelto, comunque, di essere buono. Poi guida fino al suo vecchio quartiere. Sfonda un cordone di polizia. Entra in casa dalla finestra. Trova sua madre Leslie (Nika King) seduta al tavolo della sala da pranzo con la Bibbia aperta. Leslie alza gli occhi, tende la mano, e Rue si allunga verso di lei con tutto il corpo.
Poi il taglio. Ali si sveglia di nuovo. Rue è sul divano, immobile. La boccetta di Percocet è sul comodino. Ali la tocca. Capisce. Pugna il bancone della cucina con il pugno. Testa le pillole. Fentanyl. Positivo. Chiama Leslie.
La sequenza di Fez è un tributo ad Angus Cloud, morto nel 2023, e Levinson lo costruisce con una delicatezza che fa male quanto la perdita stessa. Fez non appare mai in carne e ossa, appare nei ricordi, nella speranza di Rue, nella promessa che lei non aveva mai smesso di tenere. L'allucinazione finale di Rue — sua madre che tende la mano, suo padre che la abbraccia — è l'immagine di tutto quello che Euphoria ha sempre voluto raccontare: la dipendenza come ricerca disperata di un abbraccio che non arriva. La mano che si tende e non raggiunge. E, infine, il buio
Alamo (Adewale Akinnuoye-Agbaje) è nella stanza privata con Maddy quando Ali entra nello Silver Slipper in uniforme militare con una borsa pesante. Prima spara a G all'inguine — come promesso — poi urla il nome di Alamo. Quello che segue è la scena più cinematografica dell'intera stagione, e probabilmente dell'intera serie: Alamo usa Maddy come scudo umano, poi la spinge a terra e si fa dare una pistola da Bishop. I due si fronteggiano nel locale vuoto, tra sedie ribaltate e spogliarelliste rannicchiate sotto i tavoli.
Alamo fissa i termini del duello come un vero cowboy: Kitty farà rotolare una bottiglia di champagne sul bancone, e quando toccherà terra si potrà sparare. Un ultimo atto di teatralità per un personaggio che ha costruito tutta la sua vita come una performance. «Sa che ha una partita da regolare», dice Alamo a Bishop riferendosi ad Ali, con quella strana lucidità che i grandi antagonisti hanno nei momenti finali. E poi aggiunge, sommessamente, quasi per se stesso: «Sono solo un altro schiavo con qualche soldo in più in mano.»
È la resa dei conti più attesa della stagione, e Levinson la risolve con un colpo di scena che è al tempo stesso il più semplice e il più efficace: la pistola di Alamo non è carica. Bishop ha tolto i proiettili. Alamo preme il grilletto nel vuoto, e nel silenzio di quel clic — il suono del tradimento, il suono di chi ha costruito la propria fortuna sulla lealtà comprata e scopre che non esiste lealtà comprata — Ali spara. Una volta. Due. Tre. Bishop lascia cadere i proiettili sul pavimento. «Che Dio abbia pietà.»
Akinnuoye-Agbaje ha raccontato che il finale originale era diverso: Alamo moriva sul tetto del mondo, dopo aver sconfitto Laurie e la DEA, in un momento di trionfo. Poi l'attore e Levinson hanno parlato, e hanno capito che mancava qualcosa. «Era il suo viaggio davvero solo una questione di soldi e donne?» Nel finale che vediamo, Alamo è seduto in una stanza privata con Maddy e le propone matrimonio. Figli. Il sogno americano. «Biblico», lo chiama. Ma il sogno americano che descrive è un quadro di Norman Rockwell — la mogliettina scalza e incinta ai fornelli, la famiglia al tavolo, la bandiera fuori dalla finestra. Un delirio di normalità pronunciato da un uomo che ha costruito tutto su corruzione, violenza e schiavitù altrui. «Sono solo un altro schiavo con qualche soldo in più in mano», dice poco prima, e in quel momento di lucidità involontaria c'è tutto Alamo: un uomo che si è convinto di essere libero e non lo è mai stato, che ha imbrogliato tutti — i rivali, le ragazze, la DEA, Maddy — e alla fine ha imbrogliato pure se stesso, scambiando il potere per felicità e non capendo la differenza. Che incubo sarebbe stato, per il mondo, quell'Alamo borghese.
E poi il duello. Alamo lo propone come una cosa d'onore — Kitty che fa rotolare la bottiglia di champagne sul bancone, e quando cade si può sparare. Un codice cavalleresco applicato a un locale di spogliarelliste, da un uomo che il codice lo aveva già violato prima ancora di proporlo: spara prima che la bottiglia tocchi terra. Il grilletto cede nel vuoto. La pistola non è carica. Bishop — forse il criminale più indecifrabile e imprevedibile degli ultimi vent'anni di serie televisive, uno di quei personaggi secondari che sembrano decorativi e si rivelano architettonici — ha tolto i proiettili. Non sappiamo quando ha deciso. Non sappiamo perché, esattamente. «Che Dio abbia pietà», dice lasciando cadere i proiettili sul pavimento, e poi offre un passaggio a Maddy. Niente spiegazioni. Niente manifesti. Solo un gesto, silenzioso e definitivo, come sempre i gesti che cambiano tutto.
Cassie (Sydney Sweeney) trasforma la villa che condivideva con Nate in una content house per creator di OnlyFans. È imprenditrice, è efficiente, è sola. Quando Lexi (Maude Apatow) viene a trovarla, la conversazione che ne nasce è tra le più oneste dell'episodio: Lexi ha trovato la Bibbia di Rue nel suo appartamento — quella stessa Bibbia in audiocassetta — e ha cominciato a leggerla. «Un po' bella, un po' confusa, affascinante», dice. Poi aggiunge che si sente in colpa per come sono andate le cose con Rue. Cassie risponde con qualcosa di semplice e devastante: «Non importa come si lasciano le cose. Fa schifo lo stesso.» E ricorda come sorrideva Rue.
Lexi rifiuta l'offerta di lavoro. Esce. Cassie rimane seduta sul letto che fu suo e di Nate, illuminata dall'anello di luce per i video di OnlyFans — un'inquadratura che è una piccola perfezione: Cassie che continua a recitare per se stessa, anche quando non c'è nessuno a guardare. La macchina da presa si allontana, e la rivela dentro una casa enorme come una bambola in un castello di carta.
Maddy (Alexa Demie) consegna i soldi ad Alamo, accetta la proposta di matrimonio per il tempo che serve, e quando Bishop le offre un passaggio dopo la morte di Alamo, sale in macchina senza voltarsi. Accanto a lei Kitty e il barboncino di Bishop. Qualcosa di nuovo, qualcosa di strano, qualcosa che non sa ancora come chiamare. Jules (Hunter Schafer) appare in una sola scena: dipinge un ritratto di Rue, piangendo e sorridendo insieme. Rue che annega nelle fiamme. Rue che brucia come il roveto ardente. Rue che, come il roveto ardente, non si consuma
L'ultima sequenza di Euphoria è quella che merita di essere descritta con la cura che si riserva alle cose che non si dimenticano. Ali guida verso la fattoria in Texas dove Rue era arrivata nella prima puntata della stagione, quando attraversava il confine come corriere di droga e si era fermata a chiedere aiuto. La famiglia che l'aveva accolta, i Miller, con la loro quiete, i loro campi, la loro grazia ordinaria, lo riceve. Ali si presenta con un nome falso: Martin McQueen. Dice che «sua figlia» sta «in un posto migliore». La famiglia lo invita a cena.
Ali recita il ringraziamento prima del pasto. Chiude gli occhi. Li apre. All'altra estremità del tavolo, sulla sedia vuota, c'è Rue. Sorride. Non il sorriso di chi ha sofferto, il sorriso di chi è finalmente, per un momento, libero. È Daisy Miller a pronunciare le ultime parole della serie: «Che Dio benedica tutti noi.» I titoli di coda scorrono su un campo largo della fattoria cristiana in Texas, la stessa che avevamo visto nel primo episodio, la stessa dove Rue aveva sognato di trasferirsi. Stavolta è la bandiera a stelle e strisce che garrisce nel vento. E in fondo — non è certo un caso — la serie che inizia con una American windmill, una pompa eolica che gira nel vento del West rurale americano, finisce con quella bandiera che si muove nello stesso vento, nella stessa Texas. Il cerchio si chiude. L'Uroboro si morde la coda.
Levinson ha detto di aver sempre voluto concludere con «una visione più idealizzata e religiosa dell'America» rispetto a quella raccontata nel corso della serie. Non è un lieto fine — Rue è morta, Fez è in fuga, Nate è sotto terra, Alamo è morto in un locale di spogliarelliste. È qualcos'altro: è la grazia che cade indiscriminatamente, su tutti, con il sole e con la pioggia. È Mosè che vede la Terra Promessa dall'alto del monte Nebo e sa che non ci entrerà. È il libro dei morti di Ali che si riempie ancora di un nome. È Rue che sorride, alla fine, perché in Euphoria , nonostante tutto, contro tutto, i fantasmi sorridono.
La Coca-Cola messicana che Ala







