Addio a Cesare Vaciago, il manager riformista dalle Ferrovie al Comune di Torino
L'ex direttore generale di Ferrovie dello Stato e del Comune di Torino è morto oggi a ottant'anni per un arresto cardiaco nella sua casa nel Monferrato.
Quick Look
- Cesare Vaciago, ex direttore generale di Ferrovie dello Stato e del Comune di Torino, è morto oggi a ottant'anni per un arresto cardiaco nella sua casa nel Monferrato.
- Nato a Torino nel 1946, ha attraversato la storia industriale e amministrativa italiana, dall'Olivetti alla Montedison, dalle Ferrovie alle Poste, fino al Padiglione Italia dell'Expo di Milano e alla direzione del Toroc per le Olimpiadi invernali di Torino 2006.
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Why It Matters
Cesare Vaciago è stato un dirigente pubblico e manager italiano, attivo in grandi aziende e istituzioni pubbliche. Ha lavorato all'Olivetti, al Censis, all'Isfol, alla Montedison, alla Standa, alle Ferrovie dello Stato, alle Poste Italiane, al Comune di Torino, al Toroc per le Olimpiadi invernali di Torino 2006 e al Padiglione Italia dell'Expo Milano 2015. È stato anche insegnante al master dell'Università di Milano-Bicocca.
Per Torino è stato l’uomo della macchina comunale e delle Olimpiadi, il direttore generale chiamato a tradurre le decisioni della politica in organizzazione, persone, servizi. Era l’uomo delle decisioni, quello che alla fine, quando dovevano essere prese, non ci metteva solo la faccia, ma soprattutto la firma. Firma che gli è costata anche diverse inchieste e processi, da cui però è sempre uscito pulito. Ma la vita professionale di Cesare Vaciago, morto oggi a ottant’anni per un arresto cardiaco nella sua casa nel Monferrato, ha attraversato buona parte della storia industriale e amministrativa italiana: dall’Olivetti alla Montedison, dalle Ferrovie alle Poste, fino al Padiglione Italia dell’Expo di Milano. Un percorso che aveva scelto di raccontare con una definizione diventata il titolo della sua autobiografia: «Diario di un riformista».
Era nato a Torino il 3 ottobre 1946. Laureato in ingegneria nucleare al Politecnico nel 1969, aveva cominciato l’anno successivo all’Olivetti, occupandosi di formazione. Le persone, le loro competenze e il modo di organizzarne il lavoro sarebbero rimasti al centro della sua carriera. Dopo il Censis era passato all’Isfol, l’istituto per la formazione professionale, diventandone direttore generale nel 1978. Poi erano arrivati gli anni della grande industria: le relazioni industriali della Montedison guidata da Mario Schimberni, la vicepresidenza della Standa.
Schimberni era rimasto uno dei suoi riferimenti, insieme a Lorenzo Necci. Con entrambi aveva lavorato alle Ferrovie dello Stato, dove era arrivato nel 1989 e aveva assunto nel 1993 la direzione generale della holding. Erano gli anni delle ristrutturazioni e della trasformazione dell’impresa pubblica, delle trattative sindacali e dei prepensionamenti. Poche settimane fa, in un’intervista, Vaciago aveva difeso quel percorso, rivendicando la possibilità di cambiare le aziende attraverso il negoziato. Sapeva trattare, conosceva il valore delle corrette relazioni industriali e della controparte. E per questo era rispettato dai sindacati. Ha ricordato anche il suo mentore Schimberni che, all’uscita dalle Ferrovie, gli aveva detto di non mollare: «Creda a Necci, e non se ne pentirà».
Alla responsabilità nelle Ferrovie aveva affiancato gli incarichi nel trasporto pubblico romano, alla presidenza di Atac e all’amministrazione straordinaria di Cotral, negli anni in cui a Roma era sindaco Francesco Rutelli. Nel 1997 era passato alle Poste, accompagnandone la trasformazione in società per azioni. Il ritorno a Torino era arrivato nel 1998, quando il sindaco riformista Valentino Castellani, visto il passato comune al Poli, lo aveva scelto come direttore generale del Comune. Un onore, per Vaciago, servire la sua città: «Ironica e bellissima, Torino è un capolavoro», diceva sempre. Sergio Chiamparino lo aveva confermato. E con Chiamparino la sintonia ha raggiunto i massimi livelli. «Il ruolo del city manager? Tradurre le visioni della politica in progetti cantierabili e scadenze ferree». Con Piero Fassino, invece, il legame è stato più flebile, segno anche di un tempo ormai passato. Tanto che Vaciago ha preferito dire addio a Palazzo Civico e imboccare altre strade. Il segno però lo ha lasciato, eccome.
In Comune è rimasto fino al 2012, attraversando la stagione in cui Torino ha ridefinito la propria identità e preparato le Olimpiadi. Ha rinnovato la macchina, permutando nel pubblico sistemi adottati nelle grandi aziende: ha istituito il Co.Dir, il comitato dei direttori che ogni settimana faceva il punto della situazione, responsabilizzando così i dirigenti. Ha istituito le pagelle, sulla base delle quali variava lo stipendio dei massimi vertici che avevano funzioni e pesi differenti. Una rivoluzione. «Il segno più profondo è aver trasformato un’amministrazione industriale in un’amministrazione di servizio – diceva Vaciago – abbiamo ridato orgoglio e prospettiva a una città che sembrava destinata al declino».
Nel marzo 2005, a meno di un anno dai Giochi, era stato chiamato anche alla direzione generale del Toroc. La nomina arrivava dopo una crisi ai vertici del comitato organizzatore: a Vaciago e al nuovo vicedirettore Luciano Barra veniva affidato il compito di ricomporre la struttura. Ha salvato Torino 2006, mantenendo la guida del Comune. Dopo i Giochi un altro grande evento: la direzione generale del Padiglione Italia per Expo Milano 2015. La passione più grande? La Juventus. Sono rimasti nella storia i suoi commenti post partita e le pagelle su Juventinismi, blog fondato da Vaciago.
Gli anni torinesi hanno avuto anche un seguito giudiziario. Nel 2015 è stato assolto dall’accusa di abuso d’ufficio nella vicenda della selezione dei dirigenti comunali. Anche il processo sulla gestione delle concessioni dei Murazzi si è concluso con un’assoluzione. Ultima missione? La formazione, aspetto a cui ha sempre creduto, con l’incarico da insegnante al master dell’Università di Milano-Bicocca.
Open Questions
- Quali sono i dettagli esatti delle circostanze della morte?
- Ci saranno cerimonie funebri pubbliche o commemorazioni istituzionali?







