
L'analisi della sentenza francese sui social media e la tutela dei minori secondo l'avvocato Antonino Polimeni.
L'avvocato esperto di diritto di Internet Antonino Polimeni analizza la decisione della Corte Costituzionale francese sull'accesso dei minori ai social, evidenziando l'importanza del principio di minimizzazione e della sicurezza strutturale delle piattaforme.
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La Corte Costituzionale francese si è espressa su una normativa riguardante l'accesso dei minori alle piattaforme social.
“La sentenza farà scalpore per il motivo sbagliato. In molti penseranno: ‘Hai visto? I social non si possono vietare’”. Antonino Polimeni, avvocato esperto di diritto di Internet e presidente di Digital for Children, legge invece nella decisione della Corte Costituzionale francese un principio destinato a influenzare il dibattito europeo sull’accesso a piattaforme come Instagram e TikTok: la minimizzazione. Una tutela efficace dei minori, spiega, deve intervenire sui rischi concreti dei social media limitando il meno possibile gli altri diritti coinvolti.
Quindi la sentenza non chiude la strada ai divieti?
"Dice che si può intervenire, anche vietando, ma servono criteri precisi. Un articolo generico che mette insieme tutti gli under 15 e tutte le piattaforme produce troppi effetti collaterali. Le esigenze di un 14enne, che usa questi strumenti anche per informarsi e comunicare con i coetanei, sono diverse da quelle di un bambino di otto anni. Bisogna colpire esattamente il problema che si vuole risolvere".
Ed è qui che entra il principio di minimizzazione?
"Esatto. Quando introduci una norma per tutelare qualcuno devi minimizzare la compressione degli altri diritti. Anche le piattaforme sono molto diverse tra loro: se un’azienda costruisce un ambiente realmente sicuro e adatto ai ragazzi, un divieto generalizzato finisce per trattarla allo stesso modo di una piattaforma progettata per creare dipendenza".
Quali regole servirebbero allora?
"Bisogna agire sulla sicurezza strutturale. Quando un giocattolo entra nel mercato europeo deve rispettare standard rigorosi sui materiali e sulla sicurezza. Lo stesso criterio dovrebbe valere per i social. Bisogna intervenire sugli algoritmi costruiti per trattenere l’utente, sui meccanismi che alimentano rabbia e indignazione e sullo scroll infinito che può tenere una persona davanti allo schermo per ore".
Perché questa discussione riguarda anche il potere degli Stati?
"Perché gran parte della socialità si è trasferita dentro infrastrutture private. In passato scuola, sport, associazionismo e luoghi di incontro erano spazi sui quali lo Stato esercitava una forma di sovranità. Oggi sono le piattaforme a decidere cosa vediamo, quando lo vediamo e soprattutto cosa non vediamo. La base giuridica per intervenire esiste; ciò che manca spesso è l’applicazione concreta delle regole. La sfida dei prossimi anni sarà ristabilire una sovranità sulla socialità in luoghi digitali che, di fatto, non sono più nostri".

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