
Oltre due investitori su tre con grandi capitali allocano parte del portafoglio in asset digitali, puntando su diversificazione e tecnologia blockchain.
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Lo studio di CoinShares analizza l'adozione delle criptovalute tra gli investitori con grandi patrimoni. Il settore sta vivendo una convergenza con la finanza tradizionale grazie a nuove regolamentazioni.
Il dibattito attorno agli asset digitali e alle criptovalute si è spesso mosso tra due estremi: da una parte l'entusiasmo della finanza al dettaglio, dall'altra la prudenza dei regolatori. Ma c'è una fascia di mercato decisiva che sta cambiando le regole del gioco in modo silenzioso ed efficace: quella dei detentori di grandi patrimoni.
A fare luce su questo fenomeno è uno studio condotto da CoinShares - presentato nel corso di una conferenza stampa a Londra, alla quale Repubblica ha preso parte - dal quale emerge che le criptovalute non sono più considerate una scommessa marginale o esotica, ma un elemento strutturale nei portafogli dei grandi patrimoni.
Un'adozione diffusa: più di due investitori su tre guardano alle criptovalute
Secondo i dati presentati, circa due investitori benestanti su tre, oltre il sessantacinque per cento, allocano oggi una quota dei propri capitali negli asset digitali. La quota media allocata si attesta intorno al 10% dell'intero portafoglio, una quota del tutto paragonabile a quella destinata a settori tradizionali come il private equity o le materie prime.
Questo dato smentisce l'idea che gli asset digitali siano riservati esclusivamente a chi cerca ritorni speculativi a brevissimo termine. Al contrario, l'analisi mostra come la maggior parte di questi investitori adotti un approccio di lungo periodo: la spinta principale risiede nella volontà di diversificare i portafogli e nella convinzione che la tecnologia blockchain rappresenti il futuro della finanza globale.
In questo scenario, a giocare un ruolo cruciale è il progressivo avvicinamento tra il mondo cripto e la finanza tradizionale. “Storicamente i due settori hanno rimarcato le proprie differenze, ma oggi assistiamo a una forte convergenza, favorita anche dalle nuove regolamentazioni europee”, ha spiegato Matteo Stivanello, responsabile italiano di CoinShares. “Questo crea un vantaggio significativo sia per i clienti private sia per i wealth manager, che avvertono l'esigenza di comprendere la nuova asset class, formarsi e capire come inserirla correttamente nei portafogli”.
La svolta macroeconomica e geopolitica
A differenza dei piccoli risparmiatori, fortemente influenzati dalle fluttuazioni quotidiane dei prezzi, i grandi investitori prendono decisioni guidati dai fattori macro. Tassi d'interesse e inflazione sono i primi motori che spingono verso l'acquisto o la vendita di criptovalute. Allo stesso modo, l'instabilità politica e le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti ed Europa vengono viste da molti come un segnale per aumentare l'esposizione agli asset digitali, percepiti come uno strumento di copertura in scenari complessi.
A livello di asset, Bitcoin rimane l'ancora di salvataggio, scelto da oltre l'80% di chi investe nel settore. Tuttavia, quasi il novanta per cento di chi possiede Bitcoin detiene anche altri asset digitali, dimostrando una maturazione nell'esplorazione di Ethereum, stablecoin e altcoin.
“È importante distinguere i ruoli dei diversi asset”, sottolinea Stivanello. “Bitcoin rappresenta un’alternativa al sistema monetario tradizionale, un asset scarso e finito per definizione. Ethereum e Solana, invece, sostengono il mondo degli smart contract e la programmabilità del capitale, aprendo la strada alla finanza ibrida e alla tokenizzazione di azioni (la digitalizzazione di asset reali su registro blockchain, ndr), treasury e fondi monetari. Anche le stablecoin stanno rivoluzionando i pagamenti con regolamenti in tempo reale e senza confini. L'industria della finanza tradizionale, storicamente abituata agli orari di ufficio, sta abbracciando sempre più il potenziale di queste infrastrutture”.
Il divario generazionale e il trasferimento di ricchezza
Uno degli elementi più significativi emersi dallo studio riguarda la netta frattura anagrafica tra gli investitori. Gli investitori con meno di 45 anni evidenziano un'allocazione media doppia rispetto ai più senior, affiancata da una maggiore propensione al rischio e da una forte convinzione ideologica. Al contrario, la popolazione sopra i quarantacinque anni mantiene un approccio più prudente, pur evidenziando un interesse in costante crescita.
Questa differenza assume un peso cruciale se si considera il fenomeno del grande trasferimento di ricchezza. Nei prossimi due decenni si stima che oltre 83 mila miliardi di dollari passeranno dalle generazioni più anziane ai più giovani. Una massa finanziaria enorme destinata a essere gestita da investitori nativi digitali, inclini ad aumentare drasticamente l'esposizione alle criptovalute.
La sfida delle competenze e la scelta degli strumenti regolamentati
Nonostante la forte inclinazione verso gli asset digitali, il settore della consulenza tradizionale appare ancora in ritardo. Lo studio segnala che private banker e gestori patrimoniali consigliano le criptovalute solo in una percentuale ridotta di casi, creando un vero e proprio divario tra l'offerta di consulenza e la domanda reale dei clienti.
Circa il 69% degli investitori intervistati si dice pronto ad affidarsi a gestori patrimoniali a patto che questi dimostrino una reale competenza nel settore degli asset digitali. Inoltre, si nota una progressiva transizione dalle transazioni dirette sulle piattaforme di scambio verso strumenti finanziari regolamentati e intermediati.
Proprio sull’uso degli strumenti idonei per intercettare questa domanda si concentra la strategia di CoinShares. “Il mercato italiano è guidato dall'offerta e i banker necessitano di soluzioni sicure”, ha osservato Stivanello. “Fin dal 2015 abbiamo puntato sui veicoli Etp ((Exchange Traded Products, ossia prodotti finanziari quotati in Borsa che replicano l'andamento dell'asset sottostante, ndr)) per unire i due mondi. L’Etp si integra perfettamente con le infrastrutture già esistenti nelle banche private, semplificando la due diligence tecnologica ed eliminando i rischi di custodia e bancarotta grazie a strutture societarie separate e alla presenza di un trustee”.

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