
Un'inchiesta della procura di Catanzaro svela un sistema di assunzioni fittizie, schiavitù nei campi e infiltrazioni mafiose del clan Forastefano.
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L'indagine nasce da una denuncia del 2020 riguardante atti vandalici, che ha portato i carabinieri a scoprire una rete di caporalato e truffe sui decreti flussi.
Un mercato degli schiavi nella Piana di Sibari. Una rete di professionisti, nascosta tra Caf e studi di commercialisti, con una rete di commercianti e aziende agricole compiacenti, ben disposte a fare da paravento per le richieste in cambio di manodopera a basso costo oppure totalmente fittizie. E l’ombra della ‘ndrangheta, a fare da collante fra una banda di caporali stranieri e il sistema che truffa decine di persone che in Italia arrivano convinte di avere un impiego regolare e si trovano a lavorare anche per 10 ore consecutive nei campi, senza riposo settimanale, ferie o tutele assicurative e sanitarie, per non più di 27-30 euro a giornata, spesso neanche versate.
Scoperchia una vera macchina di importazione di schiavi l’inchiesta della procura di Catanzaro che ieri ha portato al fermo di venti persone, tutti caporali, autisti o caposquadra stranieri, mentre le due decine di indagati italiani coinvolti rimangono indagati a piede libero. All’origine, c’è una curiosa doppia denuncia, su cui i carabinieri hanno deciso di andare fino in fondo.
È il 2020, si sta uscendo lentamente dai lockdown, ma nei campi le attività non si sono mai fermate. Due pakistani si presentano dai carabinieri per denunciare tre braccianti africani, accusandoli di aver tagliato le gomme delle loro auto. Individuati, i tre ragazzi decidono di rompere il muro del silenzio e ai carabinieri denunciano quello che c’è dietro la filiera agricola: la regolarizzazione come ricatto in mano a padroni e padroncini, che nascondono lo sfruttamento dietro l’ormai consueta pratica del lavoro grigio, i salari da fame, le condizioni di lavoro lontane anni luce da quelle previste dai contratti nazionali, le minacce, il doppio e triplo sfruttamento, che passa anche dalla “tassa” per raggiungere i campi pressati nel retro di un van, all’alloggio, che spesso altro non è che un capannone o un rudere.
La piramide dello sfruttamento
Gli investigatori decidono di approfondire e ne viene fuori un sistema a piramide con caporali, autisti e capisquadra a fare il lavoro sporco e decine fra imprenditori agricoli e professionisti a guadagnare migliaia di euro per singolo lavoratore.
Al centro del livello più basso, c’è un gruppo di pakistani: uno zio e due nipoti. Sono loro che fanno da tramite fra la massa di lavoratori truffati con il sogno di un impiego regolare o i tanti precipitati nell’eterno limbo a cui per anni è condannato chi chiede protezione internazionale, e le aziende che cercano schiavi da mandare nei campi, i cui titolari sono oggi accusati anche di riduzione in schiavitù. Attorno una rete di capisquadra e autisti, spesso ex braccianti che hanno risalito la filiera dello sfruttamento, che sui lavoratori esercitavano pressioni tali da ridurli persino al silenzio a causa della “totale assenza per le vittime di alternative esistenziali validamente percorribili” per i lavoratori minacciati anche di “ritorsione e di espulsione in caso di disubbidienza”.
Senza contratto, anche chi è entrato con il decreto flussi, non ha possibilità di cercare un altro lavoro. Il suo destino è l’espulsione, anche nei casi in cui all’arrivo scopra che l’azienda che avrebbe dovuto impiegarlo non esista o che impiego e condizioni siano lontani anni luce da quelle proposte. E sono terrificati, soprattutto per i subsahariani, l’anello ultimo della catena, pagati meno, spediti in alloggi ancor più fatiscenti, pressati nel retro dei van come animali.
Il debito
A costringere i braccianti a piegarsi alla macchina dello sfruttamento, c’è anche il debito che spesso contraggono prima di partire. Succede a chi entra con il decreto flussi: prima di partire - emerge dalle indagini, ma confermano anche le testimonianze di decine di lavoratori truffati - devono versare dai 6.500 e i 10.000 euro per singola pratica. E qui si arriva al sistema di Caf, patronati e professionisti che lucra dal mercato moderno degli schiavi. “Una gallina dalle uova d’oro”, lo definivano nelle intercettazioni.
Non si trattava di singoli ma di un sistema organizzato, con un metodo rodato. Abusando delle loro credenziali d’accesso ai sistemi ministeriali, predisponevano e inoltravano telematicamente migliaia di istanze di assunzione fittizie nei cosiddetti click day, ufficialmente per conto di ditte agricole e commerciali. E non tutte esistevano davvero: spesso si trattava solo di “aziende di carta”, prive di terreni, dipendenti e fatturati reali, ma che venivano trasformate in realtà produttive gonfiando ad arte requisiti patrimoniali e i bilanci aziendali tramite la creazione di false fatture di acquisto e vendita, inducendo in errore gli uffici della Prefettura e dell’Ispettorato del Lavoro.
La rete criminale
A fare da collante fra i caporali e la rete di Caf e professionisti, la ‘ndrangheta di zona. L’informazione viene da quello che era stato individuato come mediatore, Luca Talarico, oggi collaboratore di giustizia. È stato lui a raccontare a inquirenti e investigatori che alcuni uomini si sarebbero “incontrati con i Forastefano per definire la questione legata alla regolarizzazione degli stranieri. Alla fine dell’incontro i Forastefano mi hanno riferito “se la vedono loro per regolarizzare i braccianti”.
Le minacce di morte
Del resto, più di un’azienda delle decine che sui nuovi schiavi costruisce la propria fortuna è direttamente legata al clan Forastefano. E se nei campi i ricatti sono la norma, nelle ditte dei clan si arriva anche alle minacce di morte. Ai carabinieri lo racconta uno dei braccianti: “Luca ha iniziato a minacciare me e il mio amico dicendoci che ci avrebbe uccisi, che lui era un mafioso e avremmo dovuto fare attenzione. Io e il mio amico abbiamo avuto molta paura e ci siamo allontanati dal luogo di lavoro”. Quanto la ‘ndrangheta abbia guadagnato dallo sfruttamento sistematico degli esseri umani al momento non è chiaro, lo stesso si può dire delle altre aziende. Forse si capirà dall’analisi di libri contabili, archivi e computer sequestrati. Certo è chi ha pagato il prezzo di tutto questo: lavoratori truffati, sfruttati, che adesso rischiano anche di diventare irregolari.

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