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Geologo precario: "Tornato in Italia per il Pnrr, ora costretto a ripartire"
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Repubblica Cronaca·5/16/2026·🇮🇹Italy·Education

Geologo precario: "Tornato in Italia per il Pnrr, ora costretto a ripartire"

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Sono rientrato in Italia solo per i soldi del Pnrr, altrimenti non sarei mai tornato. Ma ora che il mio contratto è scaduto, sarò costretto ad andarmene di nuovo». Riccardo Asti ha 40 anni, romano, è un geologo. Si è laureato a Roma Tre, ha fatto il dottorato in Italia, poi è volato in Francia, sette anni nella ricerca tra Reims e Nizza, fino alla fine del 2022. È stato allora che, grazie ai fondi del Pnrr, è tornato in Italia, destinazione Bologna. Asti sarebbe, per il nostro Paese, uno di quei miracolosi casi di “cervello di rientro”. «A febbraio però i finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono finiti. E anche il mio contratto», racconta dalla segreteria di Arted, l’associazione dei ricercatori a tempo determinato. «Ma la mia storia - dice - è tutta un paradosso».

Anche lei tagliato fuori dal post Pnrr?

«Purtroppo non ho ottenuto la proroga biennale del mio contratto da Ricercatore a tempo determinato e la mia figura non prevede percorsi di stabilizzazione. Con i fondi a disposizione, l’ateneo ha dovuto adattarsi e ha potuto bandire solo un incarico post doc. Mi ritengo quasi fortunato, ma per me è una regressione di carriera e salariale».

Oltre l’incertezza, una sorta di demansionamento?

«Sì, perché ora sono a un livello inferiore nella gerarchia accademica, non posso più fare didattica frontale, il contratto è annuale anziché biennale e il lordo annuo è di 34mila euro anziché 38. Ma non ne faccio una colpa all’università: le risorse purtroppo non permettevano altro».

Come mai dalla Francia era tornato in Italia?

«Avevo vinto un contratto da Rtda bandito grazie al Pnrr dall’Alma Mater di Bologna. Per tre anni, all’interno del progetto “Return”, ho fatto parte di un gruppo di lavoro che lavora sulla prevenzione delle catastrofi naturali e, in particolare, io mi occupavo della stima del rischio sismico. Temi estremamente attuali, ma difficilmente spendibili in ambito aziendale. Ero rientrato in Italia preoccupato dal futuro e avevo ragione: dopo questo triennio per me non c’è un disegno strutturale per entrare nell’università italiana in modo stabile».

Dopo l’incarico annuale che farà?

«Sto già tentando due strade mentre lavoro: un concorso come tecnico di laboratorio, che è l’unica prospettiva stabile qui a Bologna ma non valorizza l’investimento che è stato fatto su di me né è così affine alle mie competenze, e un concorso da ricercatore a Montpellier, di nuovo in Francia. Sembra assurdo dirlo, ma ho quasi il terrore di vincere».

Perché ha paura?

«Spostarmi a 40 anni, con una compagna che sarebbe disoccupata e dovrebbe imparare la lingua, un desiderio di genitorialità non più rimandabile, lontano dai miei che invecchiano, oggi mi pesa molto, non è il bivio che avrei voluto».

Nella sua storia, dov’è il paradosso di cui parlava?

«Verosimilmente io nel sistema accademico italiano non entrerò mai stabilmente. Eppure lo Stato ha investito molte volte su di me: è l’università italiana che mi ha formato, la stessa che mi ha fatto rientrare dall’estero grazie a finanziamenti pubblici, ho beneficiato di uno sgravio fiscale come cervello di rientro (poi reso meno favorevole dal governo dal 2024, ndr) e tra la fine del contratto da Rtda e l’incarico post doc ho ricevuto due mesi di disoccupazione, un’altra spesa improduttiva a carico della collettività. Ora, a 40 anni, mi ritrovo ancora precario, probabilmente me ne riandrò all’estero e come unico orizzonte alternativo ho la speranza di un concorso da Rtt (ricercatore in tenure track, ndr) che gli atenei faranno sempre più fatica a bandire. Per l’Italia sono stato uno spreco. Più che cervello di rientro, sono un cervello di rimbalzo».

This article was originally published by Repubblica Cronaca.

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