Carburanti: oltre il 50% dei distributori aderisce al price cap, ma i rincari pesano sulle famiglie
Il ministro Urso celebra l'adesione al tetto dei prezzi, mentre la Cgia di Mestre stima un aggravio di 13,6 miliardi di euro per famiglie e imprese nel 2026.
Quick Look
- Oltre 10mila distributori italiani (51,7%) hanno adottato il price cap su benzina e gasolio.
- Nonostante l'iniziativa governativa, la Cgia di Mestre stima un impatto economico di 13,6 miliardi di euro nel 2026 a causa dei rincari legati al conflitto in Medio Oriente.
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Why It Matters
Il price cap sui carburanti è stato introdotto per mitigare l'aumento dei prezzi alla pompa. La misura è stata sostenuta dal Governo e adottata da diverse compagnie petrolifere.
Oltre 10mila distributori hanno aderito al price cap sui carburanti, tanto da superare la quota del 50 per cento. Sono infatti il 51,7 per cento – secondo quanto reso noto dai Mimit – gli impianti dove vengono praticati, per la benzina e il gasolio, prezzi rispettivamente inferiori ai 2 e ai 2,20 euro. Questo risulta dagli ultimi dati comunicati all'Osservatorio prezzi carburanti, aggiornati alle ore 8 di oggi.
"Un riscontro di gran lunga superiore alle previsioni: in pochi giorni il price cap ha superato la metà della rete nazionale", commenta il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.
"Un risultato significativo, che conferma la validità di un modello di responsabilità sociale che può rappresentare un esempio anche in Europa". In termini assoluti, sono 10.413 gli impianti con la benzina sotto i 2 euro al litro, su 20.141 rilevati, e 10.519 quelli con il gasolio sotto i 2,20 euro, su 20.147.
Il price cap, introdotto inizialmente da Eni accogliendo l'appello del Governo, ha poi visto l'adesione di IP-Socar, Q8 e Tamoil, estendendosi rapidamente sulla rete nazionale e contribuendo a ridurre il prezzo medio, che oggi sulla rete stradale è sceso a 2,052 euro al litro per la benzina e a 2,247 euro per il gasolio.
Price cap o meno, gli effetti dei rincari del gasolio e della benzina sulla spesa di tutti saranno in questo 2026 devastanti. Secondo quanto stimato dall’ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha messo a confronto il costo del pieno della settimana appena conclusa – circa 2,1 euro per la benzina e 2,3 euro per il diesel, con i valori praticati nella stessa settimana del 2025, l’ultima prima della guerra Usa-Iran – rilevando un incremento del 29,1 per cento per la verde e del 36,6 per cento per il gasolio, l’aggravio complessivo a livello nazionale su famiglie e imprese alla voce “spese da carburante” è di circa 13,6 miliardi su base annua. Per fare il pieno, gli italiani spenderanno a ottobre 1.1 miliardi in più rispetto allo stesso mese delo scorso anno.
A soffrire di più, saranno le grandi aree metropolitane del Paese, con Roma in testa (+68,5 milioni di euro), seguita da Milano (+49,5), Napoli (+39,6), Brescia (+31,2), Torino (+27,8) e Bari (+25,6). A livello regionale, gli aumenti più consistenti in valore assoluto riguarderanno la Lombardia (+163,9 milioni di euro), l'Emilia Romagna (+111,1) e il Veneto (+106,1).
La Cgia osserva che finché il conflitto in Medioriente non si chiuderà, è difficile immaginare che i prezzi alla pompa tornino ai livelli precedenti alla crisi. A pagarne il prezzo più alto - sottolinea - sono i pendolari, soprattutto quelli che vivono in aree poco servite dal trasporto pubblico e per cui l'auto è l'unica alternativa reale per raggiungere il posto di lavoro.
Open Questions
- Quanto durerà l'adesione volontaria dei distributori al price cap?
- Quali ulteriori misure adotterà il governo per contrastare l'inflazione energetica?






