I cinquecento anni della Beretta: storia e evoluzione della dinastia di armaioli
Dal contratto del 1526 con la Repubblica di Venezia al gruppo multinazionale da 1,68 miliardi di euro: viaggio nei cinque secoli della Fabbrica d'Armi Beretta.
Quick Look
La Fabbrica d'Armi Beretta di Gardone Val Trompia celebra oltre cinquecento anni di attività ininterrotta guidata dalla stessa famiglia, evolvendosi da bottega artigianale del Cinquecento a gruppo multinazionale globale.
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Why It Matters
La Beretta affonda le radici nella Val Trompia del Cinquecento, tramandandosi di padre in figlio per quindici generazioni.
Bang bang. Mezzo millennio di spari e quindici generazioni – con la sedicesima che già si affaccia sulla scena – che si tramandano l’azienda di padre in figlio. Il compleanno tondo della Beretta — cinquecento anni precisi da quel contratto del 3 ottobre 1526 in cui mastro Bartolomeo Beretta riceveva 296 ducati per fornire 185 canne d’archibugio all’Arsenale della Repubblica di Venezia — non è in realtà un vero compleanno.
La bottega cinquecentesca doveva infatti essere già molto affermata per guadagnarsi un’ordinazione di tale portata dalla Serenissima, e gli anni da contare sono quindi di più. Ma il calendario conta fino a un certo punto. Quel che importa è che la fabbrica d’armi di Gardone Val Trompia supera oggi il mezzo millennio ancora nelle mani dei discendenti di Bartolomeo: un caso quasi senza confronti nella storia del capitalismo industriale, frutto senza dubbio delle capacità imprenditoriali di famiglia, ma forse anche di una produzione la cui domanda pare non conoscere crisi.
Le miniere della Val Trompia
Conviene però dimenticare per un momento pistole, fucili e munizioni e guardare alla fabbrica. Perché dietro e attorno alla Beretta c’è prima di tutto il suo territorio. Già secoli fa la Val Trompia aveva le miniere di ferro, il legname per alimentare i forni delle fonderie e soprattutto l’acqua del fiume Mella per fornire energia alle lavorazioni. E nel Cinquecento la produzione era organizzata attraverso una rete di botteghe specializzate, legami familiari e corporazioni che da Gardone si allungava verso Brescia seguendo il corso del fiume.
Non c’era ancora la fabbrica moderna, ma esistevano già il distretto, la divisione del lavoro e quel patrimonio di competenze che molto più tardi gli economisti chiameranno know-how. Mastro Bartolomeo Beretta stava dentro questo mondo. E i suoi discendenti ci resteranno per secoli – a cavallo tra alto artigianato e distretto industriale senza ancora una vera industria – fino a quando nell’Ottocento Pietro Antonio Beretta dà forma all’impresa moderna e nel 1832 registra il nome Fabbrica d’Armi Pietro Beretta. Suo figlio Giuseppe Antonio accelera la modernizzazione: introduce nuove macchine, integra lavorazioni prima disperse e spinge sui mercati internazionali.
La Prima Guerra Mondiale
È solo il primo dei molti cambi di pelle; del resto cinquecento anni di impresa non si attraversano senza trasformazioni. All’inizio del Novecento Pietro Beretta modernizza ulteriormente la fabbrica; arrivano le pistole semiautomatiche e le produzioni militari, ma anche le armi civili. Durante la Prima guerra mondiale – facile da immaginare – gli ordini aumentano vertiginosamente. Negli anni Trenta arrivano nuove commesse pubbliche e la produzione di massa.
La guerra d’Etiopia e poi l’intervento italiano in Spagna sono tragedie per chi le subisce, ma affari per chi fabbrica le armi che verranno utilizzate su quei fronti. Non è un caso, così, che il 1945 segni il momento più buio nella storia recente dell’azienda: le commesse precipitano, il trattato di pace firmato dall’Italia impone forti limiti all’industria bellica e le fabbriche di Gardone si ritrovano all’improvviso con troppi uomini e troppi impianti. Nel 1946 l’industria armiera bresciana nel suo complesso occupa circa 6.500 persone; tra il 40 e il 50 per cento della forza lavoro è considerato eccedente rispetto alle necessità produttive. Beretta e Bernardelli, le due imprese che costituiscono l’ossatura industriale del distretto, vengono temporaneamente sottoposte dagli Alleati a gestione controllata.
La parentesi automotive
È allora che persino in casa Beretta si prova a fare di necessità virtù: nel 1948 Giuseppe Pietro Beretta, Giuseppe Benelli e il conte Guglielmo Castelbarco Albani depositano due brevetti per un’automobile. Il progetto si chiama BBC, prevede una quattro posti da 750 cc che può arrivare ai cento chilometri orari. È destinata a quel mercato dell’auto popolare che qualche anno più tardi Fiat avrebbe conquistato con la 600 e la 500. Tra il 1948 e il 1949 vengono costruiti tre prototipi della BBC. Poi non se ne fa nulla.
La leggenda racconta di uno stop arrivato proprio da Torino; più probabile che il salto verso l’automobile si sia rivelato troppo complesso e costoso. Beretta si concentra allora sulla Mi-Val, fondata nel Bresciano da Ettore Minganti, industriale bolognese assai compromesso con il fascismo: produce moto, macchine utensili e persino una microauto, il Mivalino e andrà avanti fino agli anni Sessanta. La dinastia di armaioli investe anche con l’americana Underwood in un progetto per produrre macchine per ufficio. Non andrà bene: l’investimento dura poco e nel 1959 la quota di maggioranza passa alla Olivetti.
Il ritorno alle origini
Alla fine, la diversificazione più riuscita è quella meno avventurosa: tornare alle competenze accumulate per secoli e adattarle a un mercato diverso. Il distretto bresciano si sposta infatti verso le armi civili e sportive. Attorno alle imprese maggiori rinasce una costellazione di piccoli produttori specializzati. Beretta e Bernardelli fanno da perno a un sistema decentrato, flessibile ma gerarchico, nel quale competenze, lavorazioni e conoscenze circolano sul territorio.
Nel caso della Beretta significa anche mantenere capacità che servono per il settore militare quando il militare riparte. L’ingresso dell’Italia nella Nato nel 1949 riapre opportunità e negli anni successivi la società ottiene commesse per gli eserciti dell’Alleanza e produce su licenza americana il fucile semiautomatico Garand M1. Quella commessa ha anche un effetto industriale: tolleranze più strette e piena intercambiabilità dei componenti costringono Beretta a innovare macchinari e organizzazione della produzione. L’ennesima trasformazione decisiva avviene nel 1985, quando arriva la commessa che cambia dimensione e reputazione internazionale del marchio: Beretta vince la gara per la nuova pistola d’ordinanza delle forze armate statunitensi, superando anche nomi americani come Colt e Smith & Wesson. La fornitura complessiva sarà di 600 mila pezzi: un ottimo affare, ma soprattutto un sigillo di garanzia che vale in tutto il mondo. Nel 1994 nasce Beretta Holding e la famiglia comincia a costruire attorno alla casa madre un gruppo davvero multinazionale a forza di acquisizioni e marchi diversi.
Beretta oggi
Oggi, così, la bottega del Cinquecento è un gruppo che fattura 1,68 miliardi di euro e ha più di seimila dipendenti. La Fabbrica d’Armi Beretta di Gardone resta però il cuore simbolico della storia. Nel 2025 ha raggiunto 336 milioni di ricavi e per il 2026 punta verso quota 350 milioni. Là convivono anche le due anime del prodotto: macchine utensili connesse, manutenzione predittiva, controlli al micron e linee che lavorano anche su tre turni da una parte; dall’altra legni scelti uno a uno, zigrinatori e incisori che possono dedicare fino a mille ore a decorare un singolo pezzo, che finirà nelle mani multimilionarie di chi si può permettere di andare a caccia con un tesoro.
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