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Juso per ferie: il documentario sul produttore Galliano Juso presentato a Venezia
Culture
Sky TG2454 minutes agoCulture4 min readItaly

Juso per ferie: il documentario sul produttore Galliano Juso presentato a Venezia

Presentato all'83ª Mostra del Cinema di Venezia, il documentario di Karen Di Porto e Steve Della Casa racconta il pioniere del cinema di genere Galliano Juso attraverso i ricordi e le testimonianze.

Quick Look

Presentato all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il documentario 'Juso per ferie' omaggia il produttore Galliano Juso, pioniere del cinema di genere italiano, raccontandone la poetica dell'arrangiarsi.

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Why It Matters

Il documentario 'Juso per ferie' è stato presentato l'8 settembre 2026 all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Venice Open, Fuori Concorso.

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Su una saracinesca abbassata, di quelle che a Roma custodiscono un bar quando il padrone stacca, campeggia a vernice rossa una scritta: Juso per ferie. È il manifesto del film, ed è già tutto lì. Perché il protagonista di questo documentario, Galliano Juso, produttore fuori dagli schemi e pioniere del cinema italiano di genere, è il grande assente: in vita rifiutò sempre di farsi riprendere. Sicché Karen Di Porto e Steve Della Casa hanno dovuto raccontarlo per sottrazione, come si racconta un uomo dalla scia che lascia dietro di sé. Juso per ferie, presentato l'8 settembre 2026 all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Venice Open, Fuori Concorso, è la lettera d'amore a un mestiere e a un'epoca. E, insieme, il ritratto di chi fece dell'arrangiarsi non un ripiego, ma una poetica.

C’è un film di Luigi Zampa, L’arte di arrangiarsi (1954), in cui Alberto Sordi attraversa mezzo secolo di storia italiana cambiando casacca, idee e convenienze pur di restare a galla. Galliano Juso condivideva con quel titolo soltanto l’istinto dell’arrangiarsi, non certo il cinismo del suo protagonista. Perché nel suo caso inventarsi ogni volta una soluzione non significava approfittare delle circostanze, ma riuscire a fare cinema anche quando il cinema sembrava economicamente impossibile.

Pugliese arrivato giovanissimo a Roma, sognava la macchina da presa e finì per inventarsi produttore: fuori dagli ambienti giusti, spesso senza una lira, ma con un’intelligenza pratica, una scaltrezza e soprattutto un amore quasi incosciente per i film. Steve Della Casa, che del documentario firma la sceneggiatura insieme a Karen Di Porto, lo definisce «il punto di incontro perfetto tra il romanticismo e l’arte d’arrangiarsi». E forse è proprio qui il cuore della sua storia: fare i film che si volevano con i soldi che non si avevano, trasformando la necessità non in furbizia, ma in una forma tutta italiana di immaginazione produttiva.

La filmografia di Juso è un caleidoscopio di pellicole e di soldi che non c'erano mai. C'è la commedia erotica (W la foca di Nando Cicero, 1982, oggi oggetto di culto: lo adorano Quentin Tarantino ed Eli Roth, e Marco Giusti ricorda che Roth, sbarcato in Italia a presentare Bastardi senza gloria, arrivò a gridare «W Bombolo»). C'è il cinema di Tinto Brass (Snack Bar Budapest) e di Giuliana Gamba. C'è Chicken Park di Jerry Calà (1994), che, come racconta lo stesso Calà, in Ungheria fu un successone insospettabile. C'è Lino Banfi che rievoca Vai avanti tu che mi vien da ridere. E c'è persino Rocco Siffredi, in una delle sue incursioni nel cinema non pornografico. Tutto tenuto insieme dallo stesso collante: fare col niente ciò che gli altri facevano coi milioni.

Ma il Juso più commovente è quello dell'ultima stagione, quando l'arte d'arrangiarsi si fa coraggio puro. È lui a produrre Lo zio di Brooklyn di Daniele Ciprì e Franco Maresco (1995) e Escoriandoli (1996), esordio sul grande schermo del grandissimo Antonio Rezza. È lui a scommettere su Benzina di Monica Stambrini e su una teoria di opere prime, fino a fare esordire Karen Di Porto con Maria per Roma (2017). Un produttore che, anche a ottant'anni passati, continuava a immaginare film e a guardare avanti, tenendo intatta la vocazione alla scoperta.

Il grande Boccia è il progetto che Juso inseguì per decenni e che Karen Di Porto riuscì infine a portare sullo schermo: il ritratto di Tanio Boccia, un altro irregolare che del fallimento aveva fatto un metodo. E poiché Juso aveva prodotto anche il suo esordio, Maria per Roma, con lei il legame si chiude in un cerchio. Ed è Liliana Fiorelli, nel documentario, a mettere a fuoco il vertiginoso gioco di specchi metacinematografico tra la carriera di Juso e la lavorazione di Boccia. Come se la vita del produttore e il film sul peggior regista d'Italia fossero la stessa storia raccontata due volte: quella di chi crede che il prossimo ciak cambierà tutto.

A comporre il ritratto dell'assente c'è un cast di testimoni da capogiro. Sfilano Giuseppe Tornatore e Leonardo Pieraccioni, Giovanni Veronesi e Marco Giusti, Lino Banfi e Jerry Calà, Luc Merenda e Ricky Memphis, Antonio Monda e Rocco Siffredi, e naturalmente Antonio Rezza, Daniele Ciprì, Flavia Mastrella, Giuliana Gamba, Liliana Fiorelli. Insieme alle loro voci, grazie alla Titanus, scorrono sullo schermo le immagini di una quindicina dei film più significativi della carriera di Juso, montate da Di Porto con Elisabetta Abrami, fotografate da Manuele Leo, sostenute dalle musiche di Fabio Massimo Colasanti. Un ufficio all'aria aperta, quello di Juso, che somigliava ai tavolini di un bar romano: ed è lì, tra un caffè e l'altro, che nascevano i film.

Se Juso per ferie fosse un cocktail sarebbe L'Arrangiato, perché dell'arte d'arrangiarsi Galliano Juso fece una poetica. Base: un espresso ristretto (quello dei tavolini romani, l'ufficio all'aria aperta dove si chiudevano gli affari), corretto con sambuca e i suoi tre chicchi, la classica "mosca" (salute, felicità e prosperità: le tre cose che a Juso non mancavano mai; i soldi, quelli sì). Poi un dito di qualunque amaro ci sia dietro il bancone, perché il mix perfetto è quello che riesci a fare con ciò che hai. Servito in un bicchierino da bar leggermente sbeccato, rigorosamente al banco, in piedi. Sembra un ammazzacaffè da ombrellone (è pur sempre "per ferie"), e invece ti tiene sveglio tutta la notte a immaginare il film di domani. Cin cin, Galliano.

Affettuoso, ironico e insieme irriverente, Juso per ferie è molto più della biografia di un produttore: è il ritratto di un modo di fare cinema fatto di artigianalità, di incontri, di marginalità e di avventura, quello che, come dice Karen Di Porto, ci ha resi grandi nel passato e che sarebbe un delitto lasciar perdere. La regista lo racconta con l'amore di chi con Juso ha condiviso un pezzo di strada e ne ha poi affrontato la perdita, e sceglie la strada più difficile: fare del suo protagonista un fantasma benevolo, presente proprio perché assente. Quando le luci si riaccendono, resta negli occhi quella saracinesca abbassata con su scritto "per ferie": ma noi lo sappiamo, che dietro non c'è nessuno in vacanza. C'è un uomo che sta già preparando, di nascosto e senza una lira, il film di domani. Presentato l'8 settembre 2026 nella sezione Venice Open, Fuori Concorso, dell'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

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  • Quali saranno le future distribuzioni commerciali del documentario?

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This article was originally published by Sky TG24.

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