L’aggressione di Hamas a Israele, l'attacco a Gaza, il piano Usa: cos’è successo in 3 anni
Un'analisi approfondita dell'evoluzione della crisi tra Israele, Hamas, Libano e Iran dal massacro del 7 ottobre fino ai recenti sviluppi politici e diplomatici.
Quick Look
Analisi dell'evoluzione del conflitto in Medio Oriente iniziato il 7 ottobre 2023 con l'attacco di Hamas in Israele, passando per i fronti in Libano e Iran, fino ai negoziati di pace mediati dagli Stati Uniti e alla situazione politica interna israeliana nel 2026.
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Why It Matters
Il conflitto è iniziato il 7 ottobre 2023 con l'operazione 'Alluvione Al-Aqsa' condotta da Hamas contro Israele.
Il 7 ottobre 2023 è la data che ha cambiato - per sempre - lo scenario del conflitto tra Israele e Hamas. Quel giorno è iniziata l’operazione "Alluvione Al-Aqsa", a lungo pianificata in segreto. Le brigate Al-Qassam, l'ala militare di Hamas, hanno annunciato l'offensiva lanciando razzi sui territori israeliani. Contemporaneamente, i terroristi sono entrati in Israele, a piedi, con velivoli artigianali o motociclette, compiendo massacri nei kibbutz vicini al confine con la Striscia, uccidendo famiglie e sequestrando persone. Hamas ha preso di mira anche un rave party, con i giovani partecipanti uccisi o rapiti mentre ballavano e ascoltavano musica. Le vittime del massacro, in totale, sono state circa 1.300. La reazione di Israele è arrivata poche ore dopo la carneficina: il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato che lo Stato ebraico era entrato in guerra con l’operazione "Spade di Ferro".
Netanyahu, fin da subito, ha posto come obiettivo della risposta israeliana la "distruzione di Hamas" e ha promesso una "vittoria totale", ma senza indicare tempistiche chiare. Israele però non è riuscito a recuperare subito tutti i suoi ostaggi, punto che ha scatenato feroci proteste da parte di una fetta della società isrealiana. "Liberate gli ostaggi e deponete le armi. Se lo farete vivrete, se non lo farete Israele vi darà la caccia", il messaggio per Hamas lanciato da Netanyahu nel suo intervento all'Assemblea generale dell'Onu del 26 settembre 2025. Pochi giorni dopo, sono iniziate le trattative riguardo al piano di pace Usa. Il 13 ottobre 2025 sono stati rilasciati 20 uomini, gli ultimi ostaggi vivi ancora prigionieri di Hamas, in seguito agli accordi di tregua. In totale su 251 persone rapite, 168 sono tornate vive in Israele. Il corpo dell'ultimo ostaggio israeliano ucciso, non ancora rinvenuto dopo il cessato il fuoco deciso con la tregua, è stato consegnato alle autorità israeliane il 27 gennaio 2026.
L'assedio alla Striscia di Gaza ha avuto risvolti che hanno colpito soprattutto i civili, costretti a vivere sotto ai bombardamenti o a spostarsi all'interno della Striscia. Tutto questo mentre nell'area sono continuate a mancare acqua potabile e cibo a causa delle restrizioni di Israele all'entrata di aiuti umanitari internazionali. Le immagini che arrivano da Gaza, e soprattutto da Gaza City, anche a tre anni dall'inizio del conflitto, sono di un'area quasi completamente rasa al suolo. Dove prima c'erano edifici e un'ampia strada che costeggiava il lungomare, ora ci sono solo macerie.
Non solo Gaza. Ci sono stati raid israeliani anche in Siria e in Cisgiordania. E poi si è aperto il fronte con il Libano, con Hezbollah - il movimento sciita (letteralmente Partito di Dio) che domina il Sud del Paese - che già dall'8 ottobre 2023 ha lanciato missili verso Israele, in supporto all’offensiva di Hamas. La tensione nel Nord di Israele, e cioè al confine proprio con il Libano, ha avuto diversi picchi di intensità. A settembre 2024 Israele, con un’esplosione, ha ucciso il numero due di Hezbollah, Ibrahim Aqil.
Nel pomeriggio del 17 settembre 2024, poi, si sono registrate diverse esplosioni di ricetrasmittenti in Libano e Siria. A esplodere sono stati i cosiddetti ‘cercapersone’ utilizzati da membri di Hezbollah. Decine i morti e migliaia i feriti. Hezbollah ha detto da subito che dietro le esplosioni c'era stato "il nemico Israele". Da quel momento, altri raid israeliani si sono susseguiti sul Libano, Beirut compresa, con un'intensità crescente, un milione di persone sfollate e migliaia di vittime.
Dopo il 7 ottobre, l'Iran (molto legato anche ad Hezbollah) ha giocato un ruolo sempre più centrale nella crescente tensione in Medio Oriente. Il 13 aprile 2024 ha attaccato Israele varcando di fatto una nuova soglia, con il lancio di oltre 300 fra missili e droni, direttamente dal suo territorio a quello di Israele, senza però provocare molti danni. La mossa iraniana è arrivata in risposta all’attacco dell’1 aprile, attribuito a Israele, contro l'ambasciata iraniana a Damasco, in cui sono stati uccisi diversi alti ufficiali dei Pasdaran.
Un nuovo attacco iraniano è poi andato in scena la sera dell'1 ottobre quando Teheran ha lanciato missili verso Israele, come vendetta per l’uccisione di vari esponenti di spicco dell'"Asse della resistenza". Non ci sono state vittime, ma l'Idf ha ammesso che alcuni missili hanno centrato alcune basi nel Paese, senza tuttavia causare gravi conseguenze.
Il 13 giugno 2025, Israele ha lanciato anche l'operazione "Leone Nascente" contro la Repubblica islamica, accusata di essersi avvicinata "a un punto di non ritorno" nello sviluppo di un'arma nucleare. Immediata la risposta di Teheran, con il lancio di razzi verso le città israeliane. Poi la discesa in campo degli Usa, il 22 giugno, con un attacco a tre siti nucleari in Iran e la successiva rappresaglia iraniana sulla base Usa di Al Udeid in Qatar. Dopo una difficile tregua, è arrivata la fine del conflitto che è stato ribattezzato come "la guerra dei 12 giorni".
Ma il 28 febbraio 2026 Usa e Israele hanno lanciato una nuova pesante operazione congiunta sull’Iran, ribattezzata "Epic Fury" dagli americani e "Ruggito del Leone" dagli israeliani. La replica iraniana ha portato a un lungo conflitto, che ha causato, tra le altre cose, la chiusura dello Stretto di Hormuz, con gravi conseguenze economiche globali.
A marzo 2025, un’inchiesta delle Nazioni Unite ha accusato Israele di aver compiuto “atti di genocidio” nella Striscia di Gaza attraverso la distruzione sistematica degli ospedali e delle strutture sanitarie. L’accusa è stata immediatamente respinta dallo Stato ebraico.
A giugno 2025 è stata poi creata la Gaza humanitarian foundation (Ghf), una fondazione sostenuta da Israele e Stati Uniti, per distribuire aiuti a Gaza. Ma le attività sono state da subito accompagnate da scene di caos, con i soldati israeliani che hanno più volte aperto il fuoco contro la folla. La situazione nella Striscia è andata aggravandosi soprattutto dal 16 settembre 2025, quando Israele ha dato il via a un nuovo attacco di terra, con i carri armati che sono entrati a Gaza City.
Più volte il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso che avrebbe posto fine al conflitto tra Israele e Hamas. Ad appena un mese dal suo secondo insediamento a Washington, il tycoon, senza mezzi termini, ha annunciato che gli Usa avrebbero preso "il controllo di Gaza", con un piano orientato alla gestione del territorio da parte di Washington a "lungo termine". Trump aveva parlato di una futura "riviera del Medio Oriente", scatenando critiche e polemiche.
Dopo diversi incontri con il premier israeliano Netanyahu, il 29 settembre 2025 la Casa Bianca ha pubblicato un elenco di 20 punti per un accordo di pace. Tra i punti quello che ha ribadito che la Striscia "sarà una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo che non rappresenterà una minaccia per i suoi vicini" che "sarà riqualificata a beneficio della popolazione di Gaza, che ha sofferto più che abbastanza".
Hamas si è detto disponibile a trattare sui punti fissati da Washington. E, alla vigilia del secondo anniversario del 7 ottobre, lunedì 6 ottobre 2025, sono iniziate le trattative a Sharm el-Sheikh. I punti chiave sono stati il rilascio di tutti gli ostaggi, la fine della guerra, il ritiro di Israele e il disarmo di Hamas, e un governo di transizione temporaneo. Trump ha subito lanciato un monito ad Hamas: subirà una "distruzione completa" se si rifiuterà di cedere il potere e il controllo di Gaza.
Nella notte italiana tra l’8 e il 9 ottobre 2025, Trump ha dichiarato: "Sono molto orgoglioso di annunciare che Israele e Hamas hanno entrambi sottoscritto la prima fase del nostro piano di pace".
Hamas ha rilasciato gli ultimi 20 ostaggi israeliani ancora in vita, mentre Israele ha rilasciato quasi 2mila detenuti palestinesi. I punti più difficili dell'accordo, come la governance di Gaza e il disarmo dei terroristi di Hamas, sono rimasti in sospeso con la condizione di un futuro negoziato.
Israele, intanto, non è mai stato così diviso al suo interno. Criticato a livello internazionale per le sue scelte, e soprattutto per la situazione creata a Gaza, il Paese sta vivendo una fase di grande instabilità e andrà alle urne a fine ottobre 2026.
Nell’ultimo anno, Israele ha più volte ripreso i bombardamenti a Gaza. A fine luglio 2026 Trump ha affermato che il suo Consiglio di Pace ha raggiunto un accordo per disarmare Hamas e altre organizzazioni a Gaza. Il leader di Hamas, Ghazi Hamad, ha dichiarato che il disarmo sarebbe dipeso dal ritiro di Israele da Gaza e dai progressi nella ricostruzione, e che Hamas non avrebbe attuato alcuna parte dell'accordo, a meno che le forze israeliane non avessero rispettato i termini dell’accordo. In vista delle elezioni, Netanyahu ha respinto l'accordo del Consiglio di Pace.
Il piano dell'amministrazione Trump prevede la divisione di Gaza in una zona esterna controllata da Israele e una regione costiera da occupare tramite una forza internazionale guidata dagli Stati Uniti prima che il potere venga trasferito ai palestinesi sotto la supervisione del Consiglio di Pace presieduto da Trump. La ricostruzione di Gaza è stimata in 70 miliardi di dollari.
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