
Il racconto del sedicenne milanese e della sua famiglia tra il lungo percorso di riabilitazione e la ricerca di giustizia per le vittime della strage svizzera.
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La tragedia di Crans-Montana ha causato 41 morti e 115 feriti durante i festeggiamenti di Capodanno. Leonardo Bove è rimasto ricoverato per oltre sei mesi prima di tornare a casa.
Ci sono due famiglie che da tre giorni non hanno notizie dei loro figli. Sono a Crans-Montana, sanno che i loro ragazzi hanno passato la serata di Capodanno a Le Constellation e aspettano che il loro dna venga comparato con quello dei feriti ricoverati negli ospedali svizzeri. C'è ancora solo un ragazzo da identificare, Gabriele Bove e Loretta Arapi sanno quindi che hanno il 50% di possibilità di trovare vivo Leonardo, il loro figlio minore di 16 anni che per la prima volta era andato in vacanza nella località svizzera e il primo gennaio doveva tornare a Milano.
"Quando ci hanno detto che Leo era vivo, abbiamo festeggiato ovviamente, ma in un'altra stanza vedevamo l'altra famiglia. E io sono andato dal padre a chiedere scusa perché ho gioito. La gioia ti fa esplodere però nello stesso tempo mi sono immedesimato subito in lui, perché se il mio è vivo, il tuo non c'è più", racconta Gabriele Bove.
L'altra famiglia era quella di Achille Barosi, una delle sei vittime italiane della tragedia, e proprio nel giorno in cui Achille avrebbe compiuto 17 anni, Leonardo è stato dimesso dall'ospedale Niguarda, lo scorso 17 luglio, dopo oltre sei mesi e mezzo di degenza.
Da quella notte di Capodanno combatte Leonardo, e continua a farlo anche ora che è a casa perché le medicazioni richiedono 2-3 ore, poi c'è la fisioterapia tutti i giorni e altre operazioni che lo aspettano. Anche per questo "sui Moretti non penso niente, non mi interessano, mi interessa solo la mia vita. L'ho vista sfuggire una notte e non voglio più perderla", spiega Leonardo, che a Crans non tornerà mai più: "Non ci voglio tornare, lo voglio cancellare dalla mia vita". "Era riconosciuto come Helsinki - ricorda ancora il padre - quando una persona non è riconoscibile le danno i nomi di una città o di uno Stato. E adesso abbiamo preso delle magliette con la scritta Helsinki. Lo abbiamo trovato la sera del 3 gennaio quando una donna fantastica, cioè la console generale d'Italia a Ginevra Nicoletta Piccirillo assieme a un altro uomo fantastico, l'ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado, sono venuti a dirci che Leonardo era vivo. Ma quel mattino in realtà, sembrava che Leo non ci fosse più, la console Piccirillo non riusciva a guardarci in faccia perché per loro non era Leo".
Di persone fantastiche la famiglia Bove ne ricorda molte, dalla Protezione civile ("sono angeli") al personale dell'ospedale di Zurigo, dal presidente Sergio Mattarella ("abbiamo pianto insieme") ai dottori del Niguarda, ma ricorda bene anche chi è indagato per una strage che ha provocato 41 morti e 115 feriti: "Siamo indignati soprattutto per quanto successo in questo periodo - spiega la madre Loretta - Jacques Moretti è in carcere solo ora. È un dolore incredibile che i Moretti abbiano dato così poco peso a tutti i ragazzi che non ci sono più e a tutti i ragazzi che stanno lottando in tutte le condizioni, senza una mano, senza la pelle, senza le orecchie. Per noi è assurdo, sono senza parole".
E il sindaco di Crans-Montana Nicolas Féraud, anche lui indagato, "lo abbiamo visto. Credo sia una delle persone più viscide che abbiamo incontrato, non abbiamo neanche capito se avesse delle emozioni - prosegue Loretta Arapi - Noi abbiamo vissuto la disperazione, tra pianti e silenzi, e quest'uomo era lì, impassibile. Davvero ci siamo chiesti 'ma noi con chi abbiamo a che fare?'. E da lì abbiamo capito come andrà il processo, perché lui è intoccabile". Leonardo preferisce non pensarci, ha la sua vita da riprendersi dopo aver passato in ospedale un tempo lunghissimo per chiunque, figuriamoci per un sedicenne: "Mi chiedo anch'io come ho fatto, sono stati davvero mesi lunghissimi - ricorda - Verso marzo ho iniziato a chiedermi 'ma adesso cosa faccio, cosa devo fare per far passare il tempo?', perché non potevo fare niente". Sabato allo stadio a tifare la sua Inter e fra poco a scuola sono tappe di un percorso "per tornare alla vita precedente" con un chiaro obiettivo: "Tempo un anno rimetto a posto pelle e articolazioni e torno a giocare a calcio".

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