Opere pubbliche e infrastrutture a km 0, sui territori si riacutizza la sindrome di Nimby, “non nel mio cortile”
Da Vibo Valentia ai data center tra Milano e Pavia, i comitati del No frenano infrastrutture strategiche e transizione ecologica.
Quick Look
- La sindrome Nimby (Not In My Back Yard) blocca in Italia progetti infrastrutturali, impianti di energia rinnovabile e data center.
- Da Vibo Valentia contro il fotovoltaico fino ai comitati milanesi contro i nuovi centri dati, le comunità locali si oppongono per difendere il territorio.
AI-generated summary
Why It Matters
La sindrome Nimby descrive l'opposizione delle comunità locali alla realizzazione di opere considerate dannose per il territorio.
Opere pubbliche e infrastrutture? Non nel mio cortile, ovvero “Not In My Back Yard”, che è la forma estesa dell’acronimo Nimby, nota sindrome (sociale) oppositiva: comitati del No e comunità locali contro progetti e interventi più o meno a km 0 che danneggiano - a loro dire - territori, ambiente, paesaggi.
Contro gli impianti di biogas, termovalorizzatori, l’eolico a oltranza e il fotovoltaico, data center e trivellazioni varie, e anche contro l’ingegneria estrema di certi progetti in campo da oltre 50 anni (leggi Ponte sullo Stretto), le comunità ospitanti tirano fuori le unghie. Imprese e stakeholder spesso arretrano, addirittura mollano. Manca il sentire comune: spesso l’opposizione al consumo di suolo e alla realizzazione di cubature inutili evita disastri e tutela aree urbane e paesaggi. Ma tante volte i no “a prescindere” rallentano la necessaria transizione ecologica e la realizzazione di infrastrutture strategiche.
Alla fine della scorsa estate, oltre 200 agricoltori della provincia di Vibo Valentia, nella Piana degli Scrisi hanno fermato con le loro proteste, anche disperate, la realizzazione di un grande impianto di pannelli fotovoltaici, per tutelare la coltivazione del grano Rosìa, cereale raro e antico iscritto nel registro regionale della biodiversità. Avevano già ricevuto la disdetta dell’affitto dei terreni. Dall’altra parte del fronte c’era Friel, tra i maggiori operatori italiani di energie rinnovabili, che insisteva sulla natura agrivoltaica del progetto (un investimento da 45 milioni di euro). Ma la Regione Calabria ha bloccato e archiviato le procedure. È stato preponderante il rischio di perdere irreversibilmente il suolo agricolo.
Anche le infrastrutture digitali (in Italia si calcolano investimenti per 37 miliardi nei prossimi 10 anni, in base al recente rapporto Ida 2026 - Italian Datacenter Association ) sono ora nel mirino di reti di comitati cittadini che si oppongono alla loro realizzazione: quelli di Ciarlasco, ad esempio, non vogliono un data center da 3 miliardi e mezzo di euro a Lacchiarella, tra Milano e Pavia. E organizzano la protesta a oltranza. Ritengono sia a rischio la transizione energetica. Ed effettivamente, i data center sono infrastrutture che richiedono un’elevata percentuale di assorbimento di energia da rinnovabili e un’enorme quantità di risorse idriche. I comitati implicano nella loro opposizione anche i sindaci dell’area. Coinvolte, in molti casi, le comunità scientifiche.
Per proteggere il patrimonio storico e naturalistico della frazione di San Bovio, anche gli abitanti di Peschiera Borromeo, provincia di Milano, dicono no al progetto di un data center in un’area verde residenziale adiacente al parco agricolo sud Milano. Una minaccia per la biodiversità locale e il paesaggio naturale. Lanciata una petizione che ha raccolto oltre 10mila firme.
What to Watch
AI outlook — possibilities, not facts
Continueranno le proteste dei comitati contro i nuovi data center nell'area milanese.
Likely · Within months
Open Questions
- Come intende il governo bilanciare la transizione ecologica con le proteste locali?
- Quali alternative verranno trovate per i progetti bloccati?





