Il fuoco che ti porti dentro: Edoardo De Angelis porta a Venezia il romanzo di Antonio Franchini
Presentato in Concorso all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il film adatta il memoir di Antonio Franchini con Vanessa Scalera e Lino Musella
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Edoardo De Angelis presenta in Concorso alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia Il fuoco che ti porti dentro, adattamento del memoir di Antonio Franchini con Vanessa Scalera e Lino Musella.
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Why It Matters
Il film adatta l'omonimo romanzo-memoir di Antonio Franchini pubblicato da Marsilio nel 2024.
C'è un'arte che il cinema, da sempre, si nega: l'olfatto. Possiamo vederlo e udirlo, non annusarlo. Ci provarono, oltre mezzo secolo fa, i visionari dello Smell-O-Vision e dell'AromaRama; ci giocò il genio del cattivo gusto John Waters con le sue schede da grattare (l'Odorama di Polyester, 1981). Sicché, quando un romanzo si apre con la frase più anticinematografica che si possa concepire, «Mia madre puzza», la scommessa pare persa in partenza. Eppure Edoardo De Angelis, con Il fuoco che ti porti dentro, presentato in Concorso all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (dove concorre per il Leone d'Oro sotto la giuria di Maggie Gyllenhaal), quella puzza è riuscito a farla evaporare dallo schermo. Un film materico, un odorama vero, in cui giureresti di sentire le alici neonate fritte, la parmigiana, l'olio misto al fumo della sigaretta perennemente accesa di Angela.
Il romanzo da cui è tratto è il romanzo-memoir con cui Antonio Franchini (Marsilio, 2024) raccontava la vita e la morte di sua madre, una donna che incarnava, senza sconti, tutti i vizi d'Italia: il qualunquismo, il classismo, l'opportunismo, il rancore. La forma della commedia, il contenuto della tragedia. Tutti lo dicevano inadattabile. De Angelis, insieme agli sceneggiatori Francesco Piccolo e Ilaria Macchia, ha compiuto l'atto di coraggio: comprimere un'esistenza intera in una vigilia di Natale a Milano e poco più. Perché, come confessa il regista nelle note, Angela è una figura che lo attrae e lo respinge, e per farle fronte gli resta una sola arma: il cinema.
Al centro della scena, sempre, c'è lei. Vanessa Scalera presta ad Angela un corpo e una lingua che sono già geografia dell'anima. In conferenza stampa l'attrice ha rivelato di averla affrontata non tanto come una madre, ma come una donna, «un'amante quasi», affascinata dal proprio figlio: ed è questo lo scarto che rende il personaggio insopportabile e magnetico insieme. C'è una battuta, tra le tante, che vale l'intero film. Napoli, dice Angela, viene dal fuoco e dalla roccia; Milano è paludosa, limacciosa. In quel dittico c'è tutto: il fuoco che il titolo evoca è lei, ctonio e vulcanico, mentre la palude è il rifugio settentrionale in cui il figlio ha cercato scampo. Tant'è che De Angelis, che pure ha impastato mezza Italia nella koinè partenopea del suo cinema, sa bene che la lingua più particolare è quella che tutti i popoli possono comprendere.
Il duello vero, però, è quello tra Scalera e Lino Musella, che di Angela è il figlio Antonio, editore di successo (non scrittore: e la distinzione, per la madre, è una condanna). I due hanno raccontato di aver lavorato osservandosi, senza parlarsi, per mettere in scena il non detto che separa e insieme salda una madre e un figlio. Il risultato è un corpo a corpo sentimentale in cui ogni carezza è un graffio, ogni pietanza un'accusa.
Attorno alla tavola imbandita, De Angelis dispone un catalogo di piccole crudeltà domestiche che chiunque abbia avuto una famiglia riconoscerà con un brivido. In quella casa milanese non si fa il presepe (peccato mortale: e come non pensare al «Te piace 'o presepio?» di Luca Cupiello, quel Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo che lo stesso De Angelis aveva già messo in scena per la Rai). Il nipote ha studiato danza classica (e qui strizza l'occhio il regista, che di sé racconta un passato da «ballerino di danza classica sovrappeso»). Si decide, con perfido tempismo, di partire per la montagna il giorno dopo Natale. E la nuora milanese (una precisissima Elena Radonicich) ordina la cena dal rosticciere, pur di non toccare nulla di quel che ha cucinato la suocera. Sembra la vigilia di un Fantozzi passato al lato oscuro, senza nessuno a stemperare la tragedia in farsa, e la risata resta strozzata in gola.
In questo teatro eduardiano virato al nero brillano tutti. Ivana Lotito, bravissima, è la figlia Paola che la madre pare non degnare di uno sguardo, e proprio in quella marginalità costruisce il personaggio più struggente. Tommaso Ragno, sempre magnifico, è lo scrittore di successo Giulio Simonetti, autore di saggi e romanzi: l'uomo che Antonio non è diventato, lo specchio in cui la madre gli rinfaccia una presunta debolezza. Perché la vera ferita di Angela, come quella di tante madri, è che il figlio non sia una versione migliorata di sé. Franchini, che ha scritto tenendo la propria madre alla distanza del personaggio letterario, in Scalera ha ritrovato, per vie misteriose, l'essenza di quella donna.
Girato con mestiere antico e mano ferma, il film trova nella fotografia di Vladan Radovic e nel montaggio di Lorenzo Peluso lo spazio chiuso e soffocante di una casa che diventa arena. A cucire le ferite provvede la colonna sonora di La Niña, costruita attorno a un'ombra che si aggira per le stanze come uno spettro: per la musicista è un bambino, ma ognuno vi vedrà ciò che vuole. C'è del misticismo, alla radice di questo lavoro, e la scelta giusta, come ha detto la stessa La Niña, non è scioglierlo ma accoglierlo. Anche perché il caso, qui, ha sceneggiato di suo pugno: la copia del romanzo arrivò a casa di De Angelis il 10 luglio, anniversario della morte di sua nonna. Un messaggio sincronico impossibile da ignorare.
Se Il fuoco che ti porti dentro fosse un cocktail sarebbe il Ctonio, che ruba il nome al «furore ctonio» con cui Marsilio descrive il romanzo. Rum scuro invecchiato (il fuoco che si porta dentro, il calore del Sud), un amaro deciso (il rancore, la parte tragica che ribolle sotto la commedia), succo di mandarino tardivo (l'unico zucchero della Vigilia), il bicchiere prima sciacquato con un distillato torbato e affumicato (l'olio misto al fumo della sigaretta), a guarnire una foglia d'alloro bruciata sul bordo (i fumi della cucina, le alici, la parmigiana). Servito in un bicchiere basso, di roccia lavica se possibile. Da sorseggiare piano, perché scotta, e da non finire mai del tutto: come il legame tra una madre e un figlio.
Dopo la parentesi bellica di Comandante, De Angelis torna a Napoli (quel fuoco da cui si era staccato, e che lo richiama a sé) e firma uno dei migliori film italiani in Concorso. Novantaquattro minuti che alternano il riso alla stretta allo stomaco, senza mai risolvere l'ambivalenza: perché Angela, come tutto ciò che davvero conta, attrae e respinge nella stessa inspiegabile misura. Non c'è pacificazione, non c'è morale consolatoria, non c'è redenzione facile. C'è un amore che brucia come un fuoco inesauribile, che nessuna separazione, e nemmeno l'ineluttabile, potrà mai spegnere. E quando le luci si riaccendono, resta addosso quell'odore: di fritto, di fumo, di casa. La puzza, appunto, che Franchini metteva in prima riga e che De Angelis, contro ogni pronostico, è riuscito a far uscire dallo schermo. Presentato in anteprima mondiale il 9 settembre 2026, il film sarà distribuito nelle sale italiane da 01 Distribution.
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Distribuzione nelle sale italiane da parte di 01 Distribution
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