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Iran propone piano di sette giorni agli Stati Uniti per cessare le ostilità e riaprire lo Stretto di Hormuz
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Sky TG242 hours agoWorld7 min readItalyView translation

Iran propone piano di sette giorni agli Stati Uniti per cessare le ostilità e riaprire lo Stretto di Hormuz

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha illustrato la proposta di tregua, mentre a New York si registrano tensioni all'Assemblea generale dell'Onu e proteste contro la visita di Netanyahu.

Quick Look

  • Teheran ha presentato agli Stati Uniti un piano di sette giorni per la cessazione delle ostilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz e l'avvio di colloqui sul nucleare.
  • Intanto, proteste e abbandoni d'aula hanno segnato il discorso di Netanyahu all'Onu.

AI-generated summary

Why It Matters

Le tensioni tra Iran e Stati Uniti persistono da anni, aggravate da conflitti regionali e sanzioni economiche.

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Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran ha proposto agli Stati Uniti un piano di sette giorni per cessare le ostilità, riaprire lo Stretto di Hormuz e avviare successivamente colloqui approfonditi sul programma nucleare del Paese.

Il presidente iraniano in un'intervista a Fox News ha affermato che "sono gli Usa che devono decidere se porre fine alla guerra" perché "noi non abbiamo scelto la guerra, siamo stati attaccati e abbiamo dovuto difenderci". E ancora: "Non vogliamo continuare, è l'America a dover scegliere se porvi fine o meno". Pezeshkian ha poi specificato che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, assente dalla scena pubblica da mesi, gode di ottima salute, smentendo le voci secondo cui sarebbe deceduto o in stato di morte cerebrale.

All'ingresso del premier israeliano Benjamin Netanyahu all'Assemblea generale dell'Onu decine di diplomatici di numerose delegazioni hanno abbandonato la sala in segno di protesta, rimasta mezza vuota tra cori pro-Palestina. Lui: "Se ce ne sono altri se ne vadano subito. Saremmo tutti morti se non avessimo attaccato l'Iran".

Saranno necessari almeno 71,5 miliardi di dollari per ricostruire l'enclave palestinese, una cifra destinata ad aumentare man mano che la reale portata della distruzione diventerà più chiara. E' quanto rileva un nuovo rapporto dell'agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad) secondo cui la distruzione a Gaza necessita di un progetto che richiederà decenni. Nove aziende su dieci sono state danneggiate o distrutte, la produzione agricola e industriale è crollata, il settore abitativo rappresenta la quota maggiore delle distruzioni e delle necessità di ricostruzione. Anche i servizi essenziali sono devastati. Più della metà degli ospedali e dei centri di assistenza sanitaria di base sono fuori servizio. In agricoltura, meno dell'1,5% dei terreni di Gaza è rimasto accessibile e intatto , aumentando ulteriormente la dipendenza della popolazione dagli aiuti alimentari. Una valutazione condotta congiuntamente dalla Banca Mondiale , dall'Unione Europea e dalle Nazioni Unite aveva già stimato, all'inizio del 2026, i danni causati alle infrastrutture fisiche in 35,2 miliardi di dollari , oltre a 22,7 miliardi di dollari di perdite economiche e sociali. Oltre il 90% della popolazione in età lavorativa di Gaza è disoccupata . La quota di Gaza nell'economia palestinese, che si attestava al 17,4% prima dell'ottobre 2023, è scesa al di sotto del 4%. I prezzi sono aumentati del 274% , con alcuni prodotti essenziali, come le patate o il gas da cucina, scambiati a prezzi di gran lunga superiori a quelli prebellici. E secondo l'agenzia Onu, la crisi si estende ben oltre i confini dell'enclave. In Cisgiordania, la disoccupazione, che nel 2022 interessava il 13,1% della popolazione attiva, ha raggiunto il 28,7% nel 2025. Anche la povertà, dopo un decennio di calo, è risalita bruscamente: dall'11,7% del 2023, ha toccato il 28% alla fine del 2024. Per l'Unctad, dunque, la sfida non consiste semplicemente nel ricostruire case, strade o ospedali distrutti. La ripresa richiede la ricostruzione della capacità produttiva nei settori dell'agricoltura, dell'industria, dell'edilizia, dell'energia e della tecnologia, "nell'ambito di una strategia che vada oltre il mero ripristino della situazione precedente all'ottobre 2023". L'agenzia delle Nazioni Unite individua tre priorità urgenti : trasferire le entrate fiscali palestinesi attualmente trattenute, preservare il sistema bancario e garantire che i finanziamenti internazionali per la ricostruzione siano commisurati all'entità della distruzione.

L'ex ministro dell'Autorità nazionale palestinese Sufian Abu Zaida ha nuovamente confermato di aver trasmesso allo Shin Bet nel settembre 2023 l'avvertimento del leader di Hamas, Yahya Sinwar, di un "terremoto" che aveva pianificato contro Israele. La sua testimonianza corrisponde a quanto rivelato dai giornalisti di Haaretz di recente su un avvertimento arrivato al premier israeliano Benjamin Netanyahu prima del 7 ottobre 2023, senza che quest'ultimo facesse nulla. L'esponente di Fatah, vicino all'ex alto funzionario palestinese Mohammed Dahlan, in un'intervista all'emittente panaraba Al-Rad ripresa da Times of Israel, ha fornito i dettagli della vicenda, sottolineando di aver condotto una mediazione per un anno e mezzo tra Israele e Hamas per uno scambio di prigionieri. All'epoca - prima del 7 ottobre - si lavorava per far tornare in Israele quattro ostaggi detenuti a Gaza i corpi di due soldati insieme a due civili in cambio del rilascio di prigionieri palestinesi. A fine settembre 2023 Sinwar gli chiese di trasmettere un messaggio a Israele: "Entro la fine di settembre metteremo le carte in tavola e questo provochera' un terremoto nei negoziati. Devono prepararsi allo svuotamento delle carceri (in Israele)". Abu Zaida informo' del messaggio sia Dahlan che il suo stretto collaboratore Samir Mashharawi, trasmettendo al contempo l'informazione ai funzionari dello Shin Bet. Secondo Haaretz, l'avvertimento fu poi trasmesso al leader emiratino Mohammed bin Zayed, che chiamò personalmente Netanyahu per metterlo in guardia.

"Tra israeliani e palestinesi serve il riconoscimento reciproco: accettare che l’altro abbia un legame con questa terra, una storia, un diritto a vivere in libertà, sicurezza e dignità. Finché immaginiamo un futuro senza l’altro o fondato sulla sua subordinazione, il dialogo non trova spazio. Questo non significa mettere tutto sullo stesso piano: la pari dignità non cancella le differenze di responsabilità, di potere e di condizione. La sicurezza degli israeliani e la libertà dei palestinesi devono trovare posto nella stessa prospettiva politica. Occorre poi ricostruire la fiducia, tornando a incontrarsi e a lavorare insieme. Anche le comunità religiose hanno una responsabilità: non dare una giustificazione sacra alla chiusura". Lo ha detto il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, in un'intervista al quotidiano 'Il Sole 24 Ore'.

"I cristiani condividono la vita e le difficoltà dei loro popoli. A Gaza la piccola comunità porta, insieme a tutta la popolazione, le ferite dei lutti e delle distruzioni. La Chiesa cerca di accompagnare e assistere le persone, non soltanto i cristiani. In Cisgiordania pesano l’occupazione, le restrizioni agli spostamenti, la crisi del lavoro e dei pellegrinaggi, le aggressioni dei coloni. Si emigra non solo per povertà, - ha continuato Pizzaballa - ma perché si perde fiducia nel futuro. In Israele le comunità cristiane, in gran parte arabe, partecipano alla vita sociale, ma affrontano discriminazioni, tensioni e insicurezza, anche legata alla criminalità locale. Ci sono anche i cattolici di espressione ebraica e i migranti, con esigenze diverse. Il nostro compito comune non è conservare un ricordo del passato, ma permettere a una comunità viva di esprimere la propria fede e continuare a servire la società".

"Un luogo religioso può favorire l’incontro oppure essere usato per affermare un possesso esclusivo: dipende da come lo custodiamo e lo rendiamo accessibile. La collaborazione tra le comunità cristiane nei restauri del Santo Sepolcro, ad esempio, mostra come la cura di un luogo possa diventare un compito condiviso. Custodire significa trasmettere una memoria senza farne un’arma contro quella altrui, tenendo insieme le pietre e le persone. Un santuario restaurato, ma separato dalle sofferenze di chi gli abita accanto, rischia di perdere qualcosa di essenziale. L’arte non sostituisce la giustizia, ma può creare esperienze condivise che rendono meno astratta la possibilità della convivenza", ha concluso Pizzaballa.

"Abbiamo presentato agli Stati Uniti, tramite intermediari, un piano secondo cui, al verificarsi di determinate condizioni, lo Stretto di Hormuz verrebbe riaperto al termine del settimo giorno e i colloqui riprenderebbero", ha dichiarato Araghchi ai cronisti, spiegando che la proposta ricalcava fedelmente gli impegni contenuti nel cosiddetto memorandum d'intesa raggiunto tra Stati Uniti e Iran a giugno, ma poi rapidamente naufragato. Sebbene la proposta iraniana contenga molte delle condizioni previste dall'accordo precedente poi fallito, la diplomazia dietro le quinte, scrive ancora il Nyt, suggerisce che entrambe le parti potrebbero trarre notevoli vantaggi nel trovare una via d'uscita dal conflitto. I funzionari iraniani hanno spiegato che, pur essendo la proposta sostanzialmente identica al memorandum d'intesa di giugno, essa è concepita per procedere con ritmi molto più serrati. Nell'accordo precedente, infatti, era stato fissato un arco temporale di 60 giorni per arrivare ai negoziati sul nucleare. Un funzionario statunitense a conoscenza dei colloqui ha riferito che l'amministrazione sta conducendo discussioni positive e costruttive tramite intermediari, ma che gli Stati Uniti non intendono affrettare la conclusione di un accordo. Secondo quanto riferito da Araghchi, le condizioni poste dall'Iran per l'accordo prevedono che, nell'arco dei sette giorni, cessino tutte le ostilità, incluse quelle in Libano; Gli Stati Uniti avrebbero sbloccato i beni iraniani congelati — stimati in almeno 12 miliardi di dollari — revocato le sanzioni sul petrolio iraniano e tolto il blocco navale imposto all'Iran. Infine, l'ultimo giorno, sarebbe stato aperto lo Stretto di Hormuz. Trascorsi i sette giorni, ha affermato Araghchi, sarebbero iniziati immediatamente negoziati globali sul programma nucleare iraniano. La proposta iraniana è giunta mentre i negoziatori statunitensi tentavano di rilanciare la diplomazia con l'Iran sul programma nucleare attraverso colloqui a margine dell'Assemblea delle Nazioni Unite. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha riferito che un incontro di tre ore tra funzionari statunitensi e iraniani, mediato dal Qatar, non ha portato a una svolta. Esmeil Baghaei, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, ha dichiarato che nei prossimi giorni potrebbero tenersi ulteriori incontri tramite intermediari.

L'esercito israeliano ha annunciato che ieri due riservisti sono rimasti uccisi dopo che un piccolo drone esplosivo, che stavano manovrando nella Striscia di Gaza, è precipitato per cause ignote ed è esploso poco dopo. Lo scrive il Times of Israel. I militari sono stati identificati come il sergente maggiore (ris.) Nadav Kali, 24 anni, di Har Halutz, e il sergente maggiore (ris.) Ofek Moalem, 23 anni, di Gerusalemme. Entrambi prestavano servizio nel 7007° Battaglione della Brigata Gerusalemme. Secondo un'indagine preliminare dell'esercito, giovedì pomeriggio i due soldati stavano manovrando droni con visuale in prima persona (Fpv), da una postazione nella zona cuscinetto dell'esercito, nel nord della Striscia di Gaza. Un primo drone ha portato a termine la missione prevista, mentre un secondo, durante la fase di decollo, è precipitato all'interno della postazione militare per cause ancora da accertare. Stando ai primi accertamenti, i soldati si sono avvicinati al drone precipitato alcuni minuti più tardi e lo hanno raccolto; a quel punto l'ordigno è esploso, ferendoli mortalmente. I due sono stati trasportati all'ospedale Barzilai di Ashkelon, dove ne è stato constatato il decesso. In attesa dell'esito delle indagini sulle cause dello schianto e dell'esplosione, l'esercito ha temporaneamente sospeso l'impiego di tutti i piccoli droni in grado di trasportare carichi esplosivi, sia quelli di tipo 'kamikaze' sia quelli progettati per sganciare esplosivi su un obiettivo.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è partito per Israele subito dopo il suo discorso all'Onu, a New York, secondo quanto riportato dall'emittente pubblica israeliana Kan. In seguito al suo intervento all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha incontrato i leader di Paraguay, Panama e Bolivia, esortando i tre Paesi ad approfondire i legami con Israele attraverso gli Accordi di Isacco.

I media israeliani hanno ipotizzato che la visita di Netanyahu a New York sia stata ridotta per motivi di sicurezza. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, aveva precedentemente affermato che avrebbe arrestato il primo ministro israeliano durante la sua campagna elettorale. In un'intervista alla Cnn di martedì, Mamdani ha ribadito di non avere l'autorità per arrestare il leader israeliano, ma ha affermato che il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale (CPI) nei confronti di Netanyahu deve essere rispettato. La visita di Netanyahu ha scatenato manifestazioni in tutta New York, con oltre 100 dimostranti arrestati oggi.

I capi di Stato maggiore di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan si apprestano a tenere una riunione militare urgente alla luce dei recenti attacchi dei ribelli yemeniti filo-iraniani Houthi contro il Regno wahabita. Lo ha riferito il ministero degli Esteri di Riad su X, sottolineando che l'incontro servirà per "discutere le modalita' di sostegno al Regno in conformità all'Accordo di Mecca per la difesa comune", secondo il quale "qualsiasi aggressione a una delle parti è considerata un attacco a tutti". In occasione dell'Assemblea Generale dell'Onu a New York, il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, ha incontrato gli omologhi pakistano e turco, Mohammad Ishaq Dar e Hakan Fidan. I tre hanno condannato fermamente i "violenti attacchi diretti contro la Mecca, nonché contro infrastrutture civili ed economiche in Arabia Saudita".

Sono gli Usa che "devono decidere" se porre fine alla guerra: "Noi non abbiamo scelto la guerra, siamo stati attaccati e abbiamo dovuto difenderci". Lo ha affermato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian in un'intervista a Fox News, in merito a una domanda sulle sue previsioni relative alla fine del conflitto.

"Quando possiamo risolvere le questioni attraverso il dialogo, non dovremmo ricorrere a ucciderci a vicenda. Ma, a causa delle provocazioni di Israele, questa guerra ci è stata imposta", ha aggiunto il presidente iraniano. "Tuttavia, noi non vogliamo continuare. È l'America a dover scegliere se porvi fine o meno", ha osservato Pezeshkian, ribadendo che l'Iran è pronto a raggiungere un accordo con il presidente Donald Trump per porre fine al conflitto.

What to Watch

AI outlook — possibilities, not facts

  • Ulteriori incontri tramite intermediari tra Stati Uniti e Iran nei prossimi giorni.

    Likely · Within days

Open Questions

  • Gli Stati Uniti accetteranno la proposta di piano in sette giorni avanzata dall'Iran?
  • Quali saranno gli sviluppi concreti dopo l'incontro mediato dal Qatar?

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This article was originally published by Sky TG24.

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