
A tre giorni dall'inizio delle consultazioni con il presidente Herzog, non c'è una chiara maggioranza in Israele. L'offerta di appoggio esterno dei partiti arabi a Gadi Eisenkot e le indagini su presunte ingerenze straniere complicano il quadro politico.
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Le elezioni per la 26ma Knesset si sono svolte il 27 ottobre, lasciando il Paese senza una chiara maggioranza e aprendo la fase delle consultazioni presidenziali.
A tre giorni dall’inizio delle consultazioni non c’è ancora una chiara maggioranza in Israele. Lo stallo politico provocato dal risultato delle elezioni del 27 ottobre sembra non trovare una via d’uscita nonostante l’offerta di un appoggio esterno da parte dei partiti arabi arrivata a Gadi Eisenkot, leader del primo partito dell’opposizione Yashar. La notizia è stata riportata oggi dal sito di notizie israeliano Walla, secondo il quale la Lista Unita dei tre partiti arabi “ha annunciato semi-ufficialmente che raccomanderà Eisenkot come primo ministro al presidente Herzog in occasione delle consultazioni”. Un altro punto interrogativo riguarda la questione Iran con Israele che potrebbe decidere di intervenire al fianco degli Stati Uniti in caso di nuovi attacchi su Teheran. Gli Usa hanno infatti comunicato ai Paesi del Golfo la possibilità di riprendere con massici raid sull'Iran dopo le elezioni di midterm americane, ovvero proprio il mercoledì delle consultazioni israeliane. Un'ipotesi che potrebbe cambiare la carte in tavola per quanto riguarda alleanze e appoggi tra i partiti.
Il punto della commissione elettorale
''Le elezioni per la 26ma Knesset si sono svolte regolarmente. I risultati riflettono la volontà degli elettori. Le eventuali irregolarità sono oggetto di esame. La nostra posizione è che, anche qualora i sospetti venissero confermati, ciò non pregiudica la correttezza delle elezioni né i risultati nel loro complesso''. Lo ha riferito il presidente della Commissione elettorale, giudice Noam Solberg, in una dichiarazione video con il capo dello Shin Bet David Zini e la Procuratrice generale Gali Baharav-Miara, in merito alle indagini su una presunta ingerenza straniera per incentivare l'affluenza degli elettori arabi alle urne. L'inchiesta, in particolare, riguarderebbe ingenti somme in contanti ricevute da un deputato della Lista Unita, la coalizione di tre partiti arabi già in parte presente nella Knesset.
Il parere del Likud: "Sconcertante"
Il partito del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha definito "estremamente sconcertante" che il presidente della Commissione elettorale centrale, Sohlberg, abbia descritto le accuse di interferenze straniere come "molto serie", per poi "stabilire a priori che non abbiano avuto alcun impatto sull'esito elettorale", prima ancora che l'indagine sia giunta a conclusione. Il Likud stesso ritiene che "siano bastati appena 4.612 voti a determinare il passaggio di un seggio alla Knesset da Ra'am al blocco di destra; uno spostamento che avrebbe completamente alterato i risultati elettorali e il panorama politico". Il partito inoltre afferma che, finchè non sarà conclusa l'indagine sulle accuse di interferenze straniere, "un'ombra cupa continuerà a gravare sui risultati elettorali in Israele".
Telefonate tra i partiti
Le consultazioni di governo con Isaac Herzog inizieranno il 4 novembre: il presidente di Israele dovrà ascoltare i partiti per poi affidare l'incarico per la formazione del governo. Tutti i partiti sfrutteranno quindi i giorni a disposizione fino a mercoledì per comunicare e trovare accordi con proposte di incarichi a chi potrebbe avere i voti utili per governare. Resta il fatto che, comunque si proceda con la conta, i numeri oggi non tornano. Gadi Eisenkot (il suo Yashar con 21 seggi è il partito dominante tra le attuali opposizioni) ha avuto oggi il primo faccia a faccia post urne con Avigdor Liberman (7 seggi) che pone il veto più risoluto a qualsiasi governo con l'appoggio anche solo esterno dei partiti arabi o ultraortodossi. Eisenkot ha incontrato anche Naftali Bennett (12 seggi con Yair Lapid) e Yair Golan (8 seggi). Ma, cinque giorni dopo le elezioni, il Change bloc non ha ancora tenuto una riunione congiunta tra le diverse anime che lo compongono e che continuano a non esprimere una strategia coerente unitaria. I retroscena non mancano così come le ipotesi contrastanti, restituendo l'immagine di uno schieramento di opposizione che, per fare un passo nella direzione di un governo, dovrà rinunciare per forza ad almeno una delle tre promesse elettorali: non sedersi con i partiti arabi, né con gli ultraortodossi, né con Netanyahu. Secondo Ynet, Eisenkot potrebbe rinunciare a due, prendendo in considerazione l'opzione di un governo di minoranza che si appoggi sul sostegno esterno sia del partito islamico Ra'am (8 seggi), che del partito ultraortodosso ashkenazita Ebraismo Unito (7 seggi). Questa fazione, infatti, da tempo sta valutando di porre fine all'alleanza decennale con Netanyahu, dalla cui coalizione si era già sfilato nel luglio 2025 in polemica con la mancata approvazione di una legge per l'arruolamento di suo gradimento.
Uno scenario incerto
Lo scenario rimane incerto, soprattutto a causa dell'instabilità di un governo che sarebbe sostenuto da ben 15 voti esterni che rischiano di fatto di impedirne l'attività. Nel frattempo, il partito Ebraismo Unito ha fatto sapere che l'ipotesi più probabile è quella di non raccomandare nessun nome al capo dello Stato, una prassi che ha caratterizzato a lungo la Lista Araba Unita (11 seggi), che invece questa volta sembra abbia intenzione di indicare Eisenkot al presidente Herzog. Sulle trattative si riversa prepotentemente l'ombra della ripresa della guerra con l'Iran, che potrebbe spingere per l'opzione di unità tra Netanyahu e Eisenkot ''con garanzie dei presidenti'', riporta Channel 11, intendendo anche quello Usa che gradirebbe un governo del genere.
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