
La nave umanitaria bloccata per 45 giorni dopo il salvataggio di sei migranti in acque internazionali: l'accusa di non aver collaborato con la Guardia costiera libica.
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Il governo italiano ha implementato una linea dura contro le ONG che operano nel Mediterraneo, richiedendo il coordinamento con le autorità libiche per i soccorsi.
ROMA – Sei ragazzi che gridano aiuto in mare nel buio della notte, tre di loro non hanno neanche 18 anni. A gettarli in acqua, poco prima, sono stati degli uomini con la divisa della Guardia costiera libica, gli stessi che minacciano con le armi, urlando loro di andare via, i volontari della Sea Watch 5 che li sfidano e riescono a tirare a bordo i migranti. È la notte del 13 agosto, poche ore dopo il Viminale assegna alla nave umanitaria il porto di Napoli, lontano cinque giorni di navigazione. Ma sei vite umane salvate valgono il costo. E lì, nel porto di Napoli, fatti scendere i migranti, è arrivata la nuova batosta per la ong tedesca: 45 giorni di fermo e 7.500 euro di multa. Sanzione annunciata sabato sera dal ministro dell’Interno Piantedosi in persona: «La nave, battente bandiera tedesca, ancora una volta non ha rispettato gli obblighi di legge previsti durante le operazioni in mare. Una grave violazione della normativa: le attività di soccorso in mare devono essere gestite e coordinate dagli Stati competenti, non dalle ong».
Parole inequivocabili che confermano una strategia precisa da parte del Viminale e che alzano la cifra dello scontro. Anche perché quello contestato, come dimostrano foto e filmati pubblicati nei giorni scorsi sui social di Sea Watch, non è un soccorso qualsiasi. E infatti da Berlino, la ong risponde con toni durissimi a Piantedosi: «La Sea-Watch 5 è stata fermata per 45 giorni con l’accusa di non aver cooperato con le autorità libiche. È vero, noi non collaboriamo con criminali e trafficanti. Il governo italiano può dire lo stesso?».
La ong tedesca così ricostruisce gli eventi di quella notte, rivendicando da una parte il rispetto delle norme che prevedono l’obbligo di informare le autorità marittime italiane dell’operazione di soccorso, dall’altra il diritto di non collaborare con la guardia costiera libica di cui, ormai da anni, le ong raccolgono inequivocabili testimonianze di azioni violente nei confronti dei migranti che di certo nulla hanno a che fare con missioni di ricerca e soccorso.
«Giovedì 13 agosto — dice Sea Watch — dopo aver soccorso sei persone in acque internazionali, abbiamo informato l’Italia e i Paesi europei limitrofi, ma non il cosiddetto centro di coordinamento per il soccorso marittimo libico, un’autorità fantoccio che serve a legittimare e rendere interlocutore accettabile quegli uomini e trafficanti che, poco dopo il soccorso, ci hanno puntato contro un fucile intimandoci di allontanarci dal “loro territorio”». Difficile pretendere che la Sea Watch 5 quella notte accettasse di farsi coordinare il soccorso proprio da quella Guardia costiera che le avrebbe puntato le armi contro. «Sono queste — chiede Sea Watch — le “autorità competenti” a cui si riferisce il ministro Piantedosi? Le stesse a cui l’Italia ha versato un miliardo di euro in navi, fondi e addestramento, per poi vederle usare regolarmente per catturare e uccidere persone in mare, e riportarle nei lager gestiti dai trafficanti?».
Poche ore dopo quel soccorso, un altro episodio aveva reso ancora più elettrica l’aria nel Mediterraneo. Su indicazione dell’aereo Albatros della ong Sos Mediterranée che aveva avvistato quattordici corpi che galleggiavano in mare, la Sea Watch ha provato a recuperarli ma senza riuscirci. Quindi la nave ha fatto rotta con i sei migranti a bordo verso il porto di Napoli assegnato dal Viminale. «Quattro giorni di navigazione — l’accusa di Sea Watch — sottratti al soccorso mentre venivano avvistati quattordici corpi ancora abbandonati in mare».

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