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L’articolo analizza gli effetti dei primi sei mesi di guerra tra Israele e Iran sui sistemi energetici globali, confrontando la situazione con quella successiva all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Evidenzia come l’Europa abbia aumentato la resilienza grazie alla crescita delle rinnovabili, pur rimanendo vulnerabile alle interruzioni delle forniture di carburanti attraverso lo Stretto di Hormuz.
Sei mesi di guerra con l’Iran hanno riportato la sicurezza energetica al centro dell’agenda mondiale. Ma questa volta l’Europa affronta lo shock con qualche difesa in più rispetto alla crisi innescata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. La dipendenza dai combustibili fossili importati rimane elevata, ma la crescita delle rinnovabili sta rendendo il sistema elettrico europeo meno esposto alle oscillazioni del gas.
È una delle indicazioni che emergono dall’analisi di BloombergNef sugli effetti prodotti nei diversi sistemi energetici mondiali dai primi sei mesi del conflitto. L’Europa rimane tra le aree più esposte: quasi la metà delle importazioni di jet fuel dell’Ue e circa un quinto di quelle di diesel transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. Eppure, osserva Bnef, l’impatto sulle forniture di carburante per l’aviazione è stato finora più contenuto del previsto, grazie a una domanda relativamente debole, alla diversificazione delle importazioni e all’aumento della produzione delle raffinerie europee.
È soprattutto sul fronte elettrico che rispetto al 2022 qualcosa è cambiato. Nei cinque principali mercati europei le rinnovabili coprono ormai il 35% della produzione di elettricità, contro il 24% del 2021. I dati più recenti mostrano un divario ancora più netto: nel 2026 la quota mensile di eolico e solare è arrivata a sfiorare il 40%, mentre quella del gas si è attestata intorno al 20%. Insieme alla riduzione della domanda, questa crescita ha contribuito ad attenuare la trasmissione dello shock del gas ai prezzi dell’elettricità.
La risposta politica europea resta tuttavia in gran parte difensiva. Secondo BloombergNef, i governi si sono concentrati soprattutto sulla protezione di famiglie e imprese dall’aumento dei costi, più che sull’accelerazione verso fonti alternative. Una strategia efficace nell’immediato, ma che rischia di ridurre gli incentivi a diminuire il consumo di combustibili fossili e aumentare la pressione sui bilanci pubblici.
La Germania rappresenta un’eccezione: Berlino ha aumentato di 12 GW i volumi delle aste per l’eolico onshore in risposta alla crisi. Bnef ritiene che altri Paesi europei possano mantenere, se non aumentare, le proprie ambizioni sulle rinnovabili per rafforzare la resilienza energetica.
Sullo sfondo resta il problema delle riserve strategiche: l’Europa si avvicina all’inverno con gli stoccaggi di gas ai livelli più bassi dell’ultimo decennio, una condizione che potrebbe spingere Bruxelles e i governi a rafforzare ulteriormente gli strumenti di sicurezza degli approvvigionamenti.
Se l’Europa può contare su un contributo delle rinnovabili molto maggiore rispetto al 2022, nel resto del mondo la guerra sta producendo effetti differenti.
La Cina rappresenta il caso più evidente di convergenza tra transizione e sicurezza energetica. Pechino aveva rafforzato produzione domestica e riserve di petrolio e gas già prima del conflitto, mentre l’espansione delle rinnovabili e della mobilità elettrica sta riducendo la dipendenza dagli idrocarburi. Oltre la metà delle nuove automobili vendute nel Paese è ormai elettrica e la Cina, principale produttore mondiale di tecnologie pulite, ha registrato cinque mesi consecutivi di esportazioni record in valore. Dopo l’inizio della guerra, il valore mensile dell’export di batterie, tecnologie solari e veicoli elettrici ha superato i 20 miliardi di dollari.
Diversa la situazione dell’Africa, dove molte economie dipendono dalle importazioni di prodotti petroliferi raffinati e famiglie e imprese utilizzano generatori diesel o a benzina per compensare l’inaffidabilità delle reti.
L’aumento dei prezzi dei carburanti ha colpito duramente il continente, ma ha anche rafforzato la convenienza delle alternative. Nel primo semestre 2026 le importazioni africane di apparecchiature solari dalla Cina sono aumentate del 37% rispetto allo stesso periodo del 2025, la crescita più elevata tra le regioni mondiali. Dal Sudafrica alla Nigeria, fino a Egitto e Marocco, il fotovoltaico diventa così anche uno strumento per ridurre l’esposizione agli shock petroliferi.
La vulnerabilità è ancora più evidente in Giappone e Corea del Sud. Prima della guerra, attraverso Hormuz transitava circa il 70% delle forniture di greggio sudcoreane e il 90% di quelle giapponesi. L’impennata dei prezzi spot asiatici del Gnl ha spinto entrambi i Paesi ad attingere alle riserve strategiche di petrolio, mentre le utility hanno aumentato la produzione a carbone e gli acquisti spot di gas.
Proprio questa esposizione sta però rafforzando il legame tra transizione e sicurezza energetica. In Corea del Sud il governo, richiamando il conflitto, ha indicato l’obiettivo di raggiungere 100 GW di capacità rinnovabile e oltre il 20% della produzione elettrica entro il 2030, insieme a investimenti in reti, accumuli ed elettrificazione. In Giappone la crisi ha invece rafforzato le ragioni alla base del ritorno del nucleare e dello sviluppo delle rinnovabili previsto dalla strategia al 2040.
Altrove il quadro cambia ancora. In India e Indonesia, dove circa due terzi dell’elettricità provengono dal carbone domestico, l’impatto sul sistema elettrico è stato più contenuto, mentre il caro carburanti ha accelerato la mobilità elettrica: in Indonesia e nelle Filippine le vendite mensili di veicoli elettrici sono circa raddoppiate rispetto a un anno fa.
Negli Stati Uniti, al contrario, l’abbondanza di gas domestico e la saturazione della capacità di esportazione del Gnl hanno contenuto l’impatto della crisi sui prezzi del gas e dell’elettricità, riducendo, secondo Bnef, la pressione per accelerare l’abbandono dei combustibili fossili.
Il rincaro della benzina ha favorito le vendite di auto ibride e di veicoli elettrici usati, ma non quelle di nuovi EV, frenate anche dalla fine degli incentivi federali all’acquisto. I produttori americani, inoltre, hanno mantenuto la strategia avviata all’inizio dell’amministrazione Trump, tornando a puntare maggiormente sui grandi pick-up con motore a combustione.
Più contraddittoria la traiettoria del Canada. Da una parte accelerano elettrificazione e mobilità elettrica, dall’altra Ottawa punta a sfruttare la crescente domanda mondiale di petrolio e gas provenienti da fornitori alternativi al Medio Oriente. Dall’inizio della guerra Germania e Corea del Sud si sono impegnate ad acquistare più combustibili canadesi e a investire nelle infrastrutture energetiche del Paese.
Il governo di Mark Carney punta così a rafforzare il ruolo del Canada come “superpotenza energetica”, combinando maggiori esportazioni di petrolio con l’espansione dell’elettricità pulita e della produzione di EV, la cattura della CO2 e prezzi del carbonio più elevati in Alberta.
Anche in Medio Oriente la sicurezza energetica può spingere le rinnovabili. Per i produttori del Golfo, aumentare solare, eolico e accumuli significa consumare meno petrolio e gas nella produzione elettrica domestica e liberare più idrocarburi per l’esportazione. Se nel breve periodo la guerra ha aumentato il costo del capitale per i progetti clean, nel lungo termine potrebbe favorire una nuova fase di sviluppo delle rinnovabili nella regione.
L’Australia, infine, ha evitato gli effetti più pesanti della crisi grazie all’abbondante produzione di gas, che ha mantenuto bassi i prezzi domestici e consentito a quelli dell’elettricità di restare sui livelli precedenti alla guerra, o persino al di sotto. La vulnerabilità è emersa invece sui carburanti: il Paese dipende largamente dalle importazioni di prodotti petroliferi raffinati e, nelle prime settimane del conflitto, il balzo dei prezzi internazionali e gli acquisti dettati dal timore di carenze, soprattutto di diesel nelle aree rurali, hanno provocato forti rincari e scarsità localizzate.
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