Tinto Brass è morto a 93 anni, addio al maestro del cinema erotico italiano (ma non solo)
Il regista si è spento a Roma. Dagli esordi sperimentali con Rossellini al successo internazionale di 'La chiave', una carriera segnata da scandali, censura e una cifra estetica inconfondibile.
Quick Look
- È morto a Roma all'età di 93 anni il regista Tinto Brass.
- Noto come maestro del cinema erotico italiano, ha firmato opere iconiche come 'La chiave' e 'Miranda', distinguendosi per un linguaggio provocatorio che ha sfidato tabù e convenzioni morali.
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Why It Matters
Tinto Brass è stato un influente regista italiano, noto per aver trasformato il desiderio in un linguaggio cinematografico distintivo. La sua carriera ha attraversato diverse fasi, dalla sperimentazione d'autore all'erotismo esplicito.
È morto stamattina a Roma, intorno alle 10.30, Tinto Brass. Il regista aveva 93 anni. Ne hanno dato notizia la moglie Caterina Varzi e i figli Bonifacio e Beatrice Brass; per ora la famiglia prevede per i funerali una cerimonia strettamente privata. Se ne va il maestro del cinema erotico italiano, l’autore che più di ogni altro ha legato il proprio nome al desiderio sul grande schermo, trasformandolo in un linguaggio riconoscibile, provocatorio, spesso dissacrante (e quasi sempre, piaccia o no, scandaloso). Ironia, sensualità e libertà del corpo: questi i cardini di un’estetica inconfondibile, che ha sfidato tabù e convenzioni morali facendo di lui uno dei registi italiani più conosciuti anche all’estero.
Bisognerebbe forse cominciare da Tintoretto, però. Giacché quel nome d’arte, prima ancora di diventare un marchio di fabbrica, era un vezzeggiativo di famiglia: glielo aveva affibbiato il nonno, il pittore Italico Brass, vedendo il nipote passare le giornate a disegnare. E a ben guardare tutto il cinema di Brass è stato, fino all’ultimo, una faccenda da pittore veneziano: carne, luce, colore, la superficie dei corpi trattata come una tela, lo sguardo che indugia (e si compiace di indugiare) proprio là dove la morale vorrebbe distoglierlo.
Giovanni Brass nasce a Milano il 26 marzo 1933, ma cresce a Venezia, in una famiglia dove arte e diritto convivono da generazioni. Il nonno Italico, goriziano di nascita, si era stabilito in laguna acquistando l’Abbazia della Misericordia, trasformata in una sorta di galleria privata per le opere proprie e altrui. Il padre, Alessandro, è uno dei più affermati avvocati penalisti della città. Sicché il giovane Tinto si iscrive a Giurisprudenza, prima a Padova e poi a Ferrara, dove si laurea nel 1957. La tesi, però, tradisce già la vocazione: i rapporti di lavoro con le imprese della produzione cinematografica.
Sul finire degli anni Cinquanta Brass è a Parigi, archivista alla Cinémathèque française di Henri Langlois. Lavora in cambio di vitto e alloggio, impara il montaggio maneggiando le pellicole dei maestri, respira l’aria della Nouvelle Vague che sta per esplodere. Tornato in Italia diventa aiuto regista di Alberto Cavalcanti e di Roberto Rossellini, per il quale monta il documentario L’India vista da Rossellini e lavora sul set de Il generale Della Rovere; con Joris Ivens collabora invece a L’Italia non è un paese povero. Una formazione da cinefilo purissimo, insomma, che chi lo ha liquidato come semplice artigiano dell’eros ha sempre preferito dimenticare.
Il debutto arriva nel 1963 con In capo al mondo, apologo anarchico e beffardo sul disagio di un giovane che non riesce a integrarsi nella società, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. La censura gli impone di rigirarlo da capo; Brass, per tutta risposta, cambia soltanto il titolo in Chi lavora è perduto, rendendo il messaggio ancora più esplicito. Seguono anni di sperimentazione: il film collettivo La mia signora (con episodi firmati anche da Luigi Comencini e Mauro Bolognini), la favola fantascientifica Il disco volante con Alberto Sordi, lo spaghetti western Yankee. Poi la stagione pop e visionaria di Col cuore in gola (1967), L’urlo (1968) e Nerosubianco (1969), sulla cui locandina il regista evidenzia le lettere centrali componendo un gioco di parole che è già un programma: nEROSubianco. Nel 1971 La vacanza, con Vanessa Redgrave, vince a Venezia il Premio Pasinetti come miglior film italiano. È uno degli ultimi titoli della sua prima stagione, quella sperimentale.
Tra gli aneddoti che lo stesso Brass amava raccontare, uno merita di essere ricordato: dopo il successo americano di Nerosubianco, gli sarebbe stata proposta la regia di Arancia meccanica. Lui però preferì dedicarsi a L’urlo. Il film tratto dal romanzo di Anthony Burgess lo avrebbe poi firmato, nel 1971, Stanley Kubrick.
Negli anni Settanta il sesso, intrecciato al potere e al denaro, diventa il centro della sua riflessione. Salon Kitty (1976), ambientato nel bordello berlinese trasformato dalle SS in una centrale di spionaggio, dialoga con le atmosfere di Luchino Visconti e Liliana Cavani; quello stesso anno, dall’altra parte del mondo, Nagisa Ōshima firmava Ecco l’impero dei sensi, a ricordare che l’eros, al cinema, era ormai diventato un terreno politico. Poi arriva Caligola (1979), kolossal prodotto da Bob Guccione, l’editore di Penthouse, con Malcolm McDowell, Peter O’Toole e Helen Mirren: una lavorazione travagliatissima, segnata da contrasti così aspri con la produzione da portare all’estromissione di Brass dal montaggio. Il regista ne prese le distanze e il film divenne un caso. Segue Action (1980), riflessione grottesca e autobiografica sul confine, sottilissimo, tra arte e pornografia.
Nel 1983 la decisione: abbandonare il cinema «serioso», come lo chiamava lui, per dedicarsi interamente all’erotismo. La chiave, con Stefania Sandrelli, nasce dall’omonimo romanzo di Jun’ichirō Tanizaki, trasferito dal Giappone a Venezia. Lo stesso libro era già diventato nel 1959 un film di Kon Ichikawa, Kagi, premiato a Cannes; ma dove il maestro giapponese sceglieva la penombra e il non detto, Brass spalancava le persiane sulla luce piena. Ed è un paradosso delizioso, tant’è che vale la pena di sottolinearlo: Tanizaki è anche l’autore di Libro d’ombra, il celebre elogio della bellezza velata e della luce che non svela; Brass, molti anni dopo, avrebbe firmato un libretto intitolato, senza troppi giri di parole, Elogio del culo.
Il film è un grande successo di pubblico, lo consacra nell’olimpo del genere e al tempo stesso ne fa una figura controversa, bersaglio di una parte del movimento femminista (che gli rimprovera una visione della donna come oggetto) e dei benpensanti di ogni colore.
Da quel momento ogni film diventa un evento, puntualmente accompagnato da un alone di scandalo, e ogni protagonista una diva. Miranda (1985), rivisitazione de La locandiera di Goldoni, lancia Serena Grandi; Capriccio (1987) è il film di Francesca Dellera. Dopo la parentesi noir di Snack Bar Budapest (1988), tratto dal romanzo di Marco Lodoli e Silvia Bre, Brass torna all’erotismo più esplicito con Paprika (1991), che rivela Debora Caprioglio, e con Così fan tutte (1992), che porta al successo l’esordiente Claudia Koll e prende in prestito il titolo da Mozart e Da Ponte. Le polemiche roventi, i dibattiti televisivi, le forbici della censura: tutto contribuisce a fare delle sue attrici dei volti popolarissimi e del suo nome quasi un aggettivo. Lui, intanto, si ritagliava camei nei propri film, sigaro tra le labbra e occhio da guardone compiaciuto, come un Hitchcock della carne.
Negli anni Novanta e Duemila la ripetitività di schemi e situazioni affievolisce l’interesse del pubblico, ma non l’ostinazione dell’autore. L’uomo che guarda (1994) è liberamente tratto da Alberto Moravia; Fermo posta Tinto Brass (1995) è una commedia autobiografica in cui il regista recita nei panni di se stesso; poi Monella (1998), Tra(sgre)dire (2000) e Senso ’45 (2002), con Anna Galiena, rilettura erotica del racconto di Camillo Boito già portato sullo schermo da Visconti nel 1954. A settant’anni gira Fallo! (2003), film a episodi di ispirazione boccaccesca; l’ultimo lungometraggio, Monamour, è del 2005 e approda direttamente in DVD. Nel 2009 porta in scena a Roma un Don Giovanni ambientato nella Venezia del 1930 e presenta alla Mostra il cortometraggio Hotel Courbet, omaggio al pittore Gustave Courbet, interpretato da Caterina Varzi.
L’ultimo abbraccio con il suo pubblico è arrivato appena due mesi fa. A settembre 2026 l’83ª Mostra del Cinema di Venezia gli ha dedicato la preapertura, proiettando Col cuore in gola in una nuova versione restaurata in 4K: non un film nuovo, dunque, ma il recupero di una delle opere più rappresentative della sua prima stagione. Nella stessa occasione i Giornalisti Cinematografici Italiani gli hanno assegnato il Premio Pietro Bianchi. Un cerchio che si chiudeva lì dove tutto era cominciato, al Lido, sessantatré anni dopo il debutto con Chi lavora è perduto.
Brass è stato sposato con la sceneggiatrice e collaboratrice Carla Cipriani, scomparsa nel 2006, madre dei suoi figli Beatrice e Bonifacio. Il 3 agosto 2017, a 84 anni, ha sposato con rito civile, nella sua villa romana, la psicoanalista, ex avvocata e attrice Caterina Varzi. Vicino da sempre alle posizioni radicali di Marco Pannella, nel 2010 si era candidato alle regionali con la Lista Bonino Pannella. Si definiva «tranquillamente ateo». E il suo nome, a riprova di una popolarità che ha travalicato il cinema, è finito perfino nella musica: i Porcupine Tree gli hanno intitolato un brano nell’album Stupid Dream (1999), mentre in Italia lo hanno citato, tra gli altri, Samuel e Francesca Michielin, Noyz Narcos e Rancore.
Era partito da Tintoretto ed è arrivato a Courbet, il pittore che più di ogni altro aveva osato guardare il corpo senza veli né pretesti mitologici. In mezzo, sessant’anni di cinema passati a fare ciò che da ragazzino faceva con la matita, sotto lo sguardo divertito del nonno Italico: disegnare quel che vedeva, senza chiedere il permesso a nessuno.







