
Il film 'Un po' di luce' di Ali Asgari, presentato in concorso all'83ª Mostra del Cinema di Venezia, racconta la storia di Arash, un medico teheranese arrestato e proibito di esercitare, che decide di togliersi la vita ma trova motivo di resistere nei piccoli gesti quotidiani e nell'affetto della famiglia, in un contesto di repressione e minaccia di bombardamenti.
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Il film è stato realizzato in un contesto di crescente repressione in Iran, dove anche post sui social contro la pena di morte possono portare a convocazioni in tribunale, e dove registi come Jafar Panahi rischiano il carcere. Il ritorno del cinema iraniano in concorso a Venezia dopo quattro anni segnala un momento di attenzione internazionale sulla situazione culturale e politica del paese.
C'è un uomo, in un film che tutti dovrebbero avere visto, che gira in auto per le colline polverose di Teheran cercando qualcuno disposto a seppellirlo dopo che si sarà tolto la vita. I primi due si tirano indietro; il terzo, un vecchio tassidermista, prima di rispondere gli racconta di quella volta in cui, salito su un albero per impiccarsi, assaggiò un gelso. Poi un altro, e un altro ancora. E scese. Il sapore della ciliegia, lo intitolò Abbas Kiarostami nel 1997, e vinse la Palma d'Oro. Sicché non stupisce che Ali Asgari, chiamato a raccontare a sua volta un uomo che ha deciso di morire, riparta proprio da lì, dalle cose minuscole: un gelso, un gatto da sfamare, una pianta da innaffiare, una cipolla da affettare.
Un po' di luce (titolo originale Kami Nour, internazionale A Bit of Light), presentato in concorso all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e in sala dal 1° ottobre 2026 con Teodora Film, è il sesto lungometraggio del regista iraniano e segna il ritorno del cinema del suo Paese in Concorso per il Leone d'Oro dopo quattro anni
Arash (Misagh Zareh, il volto de Il seme del fico sacro) è un medico di Teheran. Lo hanno arrestato, gli hanno chiuso l'ambulatorio, gli hanno proibito di esercitare. In un Paese che gli ha sottratto la vocazione, e con essa il futuro, decide di togliersi la vita. Prima, però, si concede un ultimo giro di congedi: va a trovare il fratello, le due sorelle (Sadaf Asgari e Forouzan Jamshidnejad) e la madre, per prepararli in silenzio a ciò che ha in mente di fare.
Non c'è, in questa lunga giornata, alcuna concessione al patetico. Arash non chiede compassione e men che meno prediche. Eppure sarà proprio la compassione dei suoi, l'ostinato affetto di chi gli sta accanto senza fare domande, a incrinare la sua decisione stoica. Perché Un po' di luce, come recita il titolo, non è un film sul buio, ma su ciò che il buio riesce comunque a bucare.
Asgari ha scritto e girato Un po' di luce nelle condizioni più avverse che si possano immaginare: con la guerra alle porte, la minaccia continua dei bombardamenti, lo scotch incrociato sui vetri delle finestre perché non esplodano in schegge. È una terra in cui ci si alza la mattina senza sapere se si arriverà a sera, in cui, come si sente dire in una battuta del film, c'è un tale di nome Trump che minaccia ogni giorno di bombardare, e c'è chi comincia a prenderlo sul serio.
La cosa notevole è che Asgari non ha alcun bisogno di mostrare la violenza per farci sentire il suo peso. Non ci sono manganelli né celle in campo. Bastano garze e bende sporche di sangue lasciate a intuire ciò che accade fuori dall'inquadratura; basta la scelta, coraggiosa e ovviamente clandestina, di andare ad assistere a uno spettacolo teatrale senza il velo. Il fuoricampo, qui, pesa più di qualsiasi didascalia.
Nella conferenza stampa veneziana la squadra del film lo ha detto senza giri di parole: in un Paese dove anche un post su Instagram contro la pena di morte può valere una convocazione in tribunale, dove il maestro Jafar Panahi è di nuovo atteso in carcere per un anno, girare tre persone con una macchina da presa in strada è già un problema politico. Per loro il cinema non è soltanto un'arte: è un'arma di difesa. Ed è, insieme, un modo per attraversare quella che gli autori chiamano l'anestesia collettiva, quel senso di impotenza che desensibilizza dopo un massacro e due guerre, quando non poter cambiare nulla finisce per demoralizzare più del dolore stesso.
Il volto di Misagh Zareh è quello di un uomo congelato dal dolore, e attorno a lui si dispone un'intera famiglia parimenti pietrificata, incapace di reazioni plateali di fronte a una notizia insostenibile. È una scelta di regia precisa: davanti alla disgrazia, di solito, le persone si chiudono, non recitano il proprio lutto. Sadaf Asgari e Forouzan Jamshidnejad tengono per quasi tutto il film una freddezza apparente, un'indifferenza che indifferenza non è.
Tant'è che le emozioni, quando arrivano, sgusciano fuori dagli interstizi del quotidiano. C'è una scena, semplicissima, in cui una delle sorelle grattugia la cipolla mentre in cucina si preparano le polpette: ed è proprio lì, china su quel bulbo che fa lacrimare per definizione, che il dolore trova finalmente il suo alibi e trabocca. Un attimo minuscolo, e commovente proprio perché minuscolo.
A firmare la sceneggiatura, insieme al regista, c'è Shadmehr Rastin, di recente candidato all'Oscar per la miglior sceneggiatura originale del pluripremiato Un semplice incidente di Jafar Panahi, Palma d'Oro a Cannes. Non è un dettaglio da nota a piè di pagina: è la firma di chi sa trasformare l'oppressione in racconto senza mai alzare la voce.
Asgari ha dichiarato di avere pensato, scrivendo, a due film-faro. Il primo è appunto Il sapore della ciliegia di Kiarostami, cui Un po' di luce è imparentato per tema, ma da cui prende congedo nel tono: là si inseguiva una grande speranza, qui si insegue una luce piccolissima, passo dopo passo, giusto quel tanto che basta a illuminare il gradino successivo. Il secondo è La stanza del figlio di Nanni Moretti, per il modo in cui sceglie di guardare non alla tragedia, ma alla vita che ostinatamente le sopravvive.
Perché è questo, in fondo, il cuore del film: nella Teheran del dopo-massacro la gente continua a fare la spesa, i bambini continuano a giocare, la vita e la tragedia camminano fianco a fianco, due cose che di norma si escludono e che qui, invece, coabitano. Arash, fedele al giuramento di Ippocrate anche dopo che gli hanno vietato di onorarlo, si preoccupa fino all'ultimo delle sue piante e del suo gatto, come se una parte di lui, a dispetto di ogni proposito, non avesse mai smesso di scegliere la vita.
Non a caso il film si chiude su una danza curda, ballata dai protagonisti. È lì, in quel cerchio di corpi che si tengono, che si condensa il senso di tutto: i legami invisibili, direbbe Asgari, che rendono la vita degna di essere trattenuta. Ed è forse quel raggio di sole, un po' di luce per l'appunto, capace di rischiarare le tenebre di un Paese che si mette lo scotch sulle finestre e aspetta l'alba.
In 87 minuti asciutti Ali Asgari firma un film politico che ha però il pudore di non fare mai la voce grossa: delicato, umanissimo, attraversato da una speranza che non è mai consolatoria. Un dramma da camera che sceglie la vita senza edulcorarla, e che affida il proprio messaggio non ai proclami ma ai gesti: una cipolla, un gatto, una danza. Da vedere, e da lasciar sedimentare. Perché, come insegnano gli autori venuti a Venezia da un Paese che li aspetta al varco, ci sono momenti in cui anche solo continuare a girare, a scrivere, a immaginare, è la più tenace delle resistenze.
Servirebbe un drink che tenga insieme, nello stesso bicchiere, il dolce e l'amaro, la tragedia e la vita, così come accade nelle strade di Teheran. Lo chiamerei Kami Nour, un po' di luce, e lo costruirei attorno allo sciroppo di amarena persiano, il sharbat di visciole che è già, di suo, un omaggio al gelso di Kiarostami. Dentro ci verserei della vodka pulita e onesta, il succo di mezzo melograno spremuto a mano (frutto di resistenza, se mai ne è esistito uno), una lacrima di acqua di rose e un soffio di zafferano lasciato in infusione, di quelli che tingono il liquido d'oro come un tramonto sotto coprifuoco. Un guizzo di lime a togliere ogni compiacimento.
Niente ghiaccio tritato, niente fronzoli: si serve in un tumbler basso, spesso, uno di quelli che reggono i colpi. E, sopra, un solo raggio: una scorza d'arancia bruciata alla fiamma, perché anche nel buio più fitto qualcosa continui, ostinatamente, a fare luce. Alla salute di chi, nonostante tutto, sceglie di scendere dall'albero.
AI outlook — possibilities, not facts
Il film riceverà attenzione internazionale e potrebbe essere candidato a premi oltre il Leone d'Oro.
Likely · Within months
Il governo iraniano potrebbe aumentare la sorveglianza sulle opere di Ali Asgari e dei suoi collaboratori.
Possible · Within weeks

The Italian short film 'Tutte o niente', written and directed by Giovanni B. Algieri and Jonathan Elia, was presented on 10 September 2026 at the 83rd Venice Film Festival as part of the Venice Production Bridge. The film addresses the topic of access to breast cancer therapies, highlighting the average delay of 441 days in Italy between the authorization and availability of drugs, through the testimonies of actresses such as Violante Placido and Donatella Finocchiaro, and the international participation of William Baldwin. Filmed in Calabria, the project was born from the We Breast initiative and aims to give a human face to disparities in the healthcare system.

Presented at the 83rd Venice Film Festival, the documentary NAZA by directors Yuval Abraham and Rachel Szor analyses, through testimonies of Israeli officers, the use of AI in the selection of military targets in Gaza and the rhetoric of collateral damage.

Director Paolo Strippoli presents his film The Stranger, which tells the story of Anna Colonna, a mother who tries to control the destiny of her children by entrusting herself to a stranger, exploring themes of pity, terror and catharsis through a contrast between the stormy present and the bright past.

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On the fourth day of the 83rd Venice Film Festival, the films in competition Primetime by Lance Oppenheim with Robert Pattinson and Phoebe Bridgers and Succederà questo notte by Nanni Moretti with Louis Garrel and Jasmine Trinca were presented. The documentary Oasis: Don't Look Back in Anger with the Gallagher brothers is out of competition. Susan Sarandon, Riccardo Scamarcio, Benedetta Porcaroli and Ariete were spotted on the red carpet, while the Global Sumud Flotilla carried the Palestinian flag. The #siamoaititolidicoda movement protested against the triumphalist narrative of the Italian audiovisual sector, denouncing precariousness and lack of protection. Fans with the words #SoloUna were distributed to denounce the lack of female directors in the competition.

Nanni Moretti's new film, 'It Will Happen Tonight', is in competition for the Golden Lion at the Venice Film Festival. Adapted from short stories by Eshkol Nevo, the film explores love as possibility and expectation through the lives of Matteo and Greta, played by Louis Garrel and Jasmine Trinca, in a journey between Oslo, Turin, San Sebastián, and Rome. Moretti returns to Venice after thirty-seven years with a reflection on time, desire, and the difficulty of seizing the moment.