Lavitola davanti al Riesame: "Volevo proteggere Ranucci da un attentato"
Quick Look
- Valter Lavitola è comparso davanti al tribunale del Riesame di Roma per l'udienza sulla richiesta di domiciliari, dichiarando di aver organizzato l'attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci per proteggerlo da minacce ricevute, sostenendo di aver dato un mandato in bianco a Gomes Tavares specificando che non doveva fare male a nessuno.
- I legali affermano che il movente politico ipotizzato dalla procura è insussistente, mentre il Riesame si è riservato di decidere sulla misura cautelare.
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Why It Matters
L'udienza riguarda la richiesta di domiciliari per Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell'attentato dinamitardo avvenuto lo scorso ottobre contro Sigfrido Ranucci, ex conduttore di Report. Lavitola sostiene di aver agito per proteggere il giornalista da minacce ricevute.
Oggi, 7 settembre, si è tenuta l'udienza di fronte al tribunale del Riesame per Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell'attentato dinamitardo organizzato lo scorso ottobre ai danni dell'ex conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. Nel corso di dichiarazioni spontanee davanti ai giudici, in base a quanto hanno riferito i suoi legali, Lavitola avrebbe dichiarato: "Con Ranucci c'era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me". Il Riesame si è riservato di decidere in merito alla richiesta di domiciliari che i legali hanno individuato in un casa in Basilicata nella disponibilità dell'indagato. Solo qualche giorno fa i suoi difensori si erano recati presso il carcere di Rebibbia dove hanno incontrato il loro assistito con cui hanno avuto "un lungo colloquio" proprio in vista dell'udienza odierna.
Lavitola: "Volevo solo proteggere Ranucci da un attentato"
"Ho fatto tutto questo per proteggere Ranucci da un attentato di cui avevo notizie. C'era la necessità di proteggerlo tanto che per due mesi dopo i fatti di ottobre ho chiamato Ranucci per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata". È quanto ha sostanzialmente detto davanti ai giudici del Riesame Valter Lavitola, in base a quanto hanno riferito i suoi difensori. Secondo i legali "è insussistente il movente politico che la Procura di Roma ipotizza. In base a quanto ribadito anche oggi da Lavitola, Ranucci non ha mai inteso candidarsi ed entrare in politica. Anzi Ranucci si è spesso lamentato che Lavitola proponesse l'argomento".
Lavitola: "Per l'attentato diedi mandato in bianco ma non doveva fare male"
"L'attentato con la bomba è un'idea di Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutta la responsabilità. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo senza dirmi che sarebbe stata una bomba. Io avevo dato un mandato in bianco specificando che non doveva fare male a nessuno", avrebbe detto Lavitola davanti ai giudici del Riesame. L'udienza è durata circa tre ore.
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L'obiettivo dei domiciliari
L'obiettivo di Lavitola, come sottolinea anche il quotidiano Il Messaggero", è stato quello di argomentare ancora più nei dettagli quanto riferito durante l'interrogatorio di garanzia, per provare a convincere i magistrati a concedergli i domiciliari. L'imprenditore dovrebbe essersi presentato davanti ai giudici con una memoria approfondita che suffraga la propria versione dei fatti, ovvero che l'attentato dinamitardo contro Ranucci sarebbe stato organizzato per difendere lo stesso giornalista. Lavitola, in questo contesto, sarebbe venuto a conoscenza di una serie di minacce nei confronti di Ranucci stesso e avrebbe, così, architettato l'attentato solamente per attirare l'attenzione e per favorire un incremento della scorta. Stando ai pm e agli inquirenti, invece, l'obiettivo di Lavitola potrebbe esser stato quello di favorire un eventuale ingresso in politica di Ranucci, accrescendone la popolarità.
Le valutazioni del tribunale del Riesame
Lo stesso tribunale del Riesame di Roma ha scritto che l’attentato a Sigfrido Ranucci dello scorso ottobre è stata "un'azione programmata ed eseguita su mandato di un soggetto sovraordinato, sorretta da un'organizzazione capace di assicurare agli esecutori appoggio e protezione e attuata mediante modalità oggettivamente idonee a evocare, agli occhi della persona offesa, la forza intimidatrice tipica dell'agire mafioso". Questa una parte delle motivazioni legate alla decisione con cui lo scorso luglio sono state confermate le misure cautelari nei confronti della banda di quattro persone, tre in carcere e una ai domiciliari, accusate di aver compiuto l’attentato dinamitardo fuori dall’abitazione del giornalista Sigfrido Ranucci, riconoscendo anche l’aggravante del metodo mafioso. Per i giudici sussistono, dunque, le esigenze cautelari così come già "correttamente riconosciuto, nell'impostazione accusatoria recepita e approfondita dal gip" a partire dal "pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie, desumibile anzitutto dalle modalità dell'azione, preceduta da sopralluogo e realizzata attraverso la ripartizione dei compiti, l'impiego di materiale esplosivo e il coinvolgimento in un contesto criminale strutturato, che rivelano una non occasionale disponibilità a fornire un apporto consapevole alla programmazione e alla gestione di condotte di particolare gravità".
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Il tribunale del Riesame deciderà sulla richiesta di domiciliari per Valter Lavitola nelle prossime settimane.
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Open Questions
- Quali erano le specifiche minacce ricevute da Sigfrido Ranucci?
- Perché Gomes Tavares avrebbe utilizzato una bomba nonostante il mandato in bianco di non fare male?
- Quali prove ha la procura per sostenere il movente politico?





